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5+1 antidoti per non deprimersi leggendo Yuval N. Harari

Leggere Harari è un’ attività che può creare dipendenza.

Me ne sono accorto tre mesi fa quando mi sono lanciato anima e corpo in un rave letterario a base di Sapiens – da Animali a Dei e Homo Deus, due tra i suoi testi più conosciuti. Ho ingurgitato in maniera famelica le pagine, ho gustato i suoi sottili ragionamenti, ho apprezzato le visioni sul futuro e addirittura riflettuto su come trarne vantaggio.

Poi, come ogni indigestione, è finita male: a lettura conclusa, sono stato preso dallo sconforto,  da una tristezza ed uno scoraggiamento a tutto tondo, che toccava – orizzontalmente – tanti aspetti dell’esistenza personale e collettiva, e – verticalmente – si diramava in profondità, alle sorgenti del senso stesso della vita.

Intendiamoci: Harari è un personaggio di spicco con una sua consistenza culturale ed esistenziale. Se non lo avete letto, fatelo.

Ma arrivateci preparati.

Dopo la maratona bibliofaga infatti mi sono trovato ad esser turbato interiormente: che senso ha il progresso e l’avanzamento tecnologico – mi chiedevo – se poi tutto è destinato a concludersi con le solite ingiustizie, disuguaglianze sociali ed un probabile collasso del nostro pianeta?

Se noi siamo frutto del caso, che senso ha tutto questo?

E nel futuro, i nostri posteri saranno nella fascia di popolazione inoccupata che andrà avanti a forza di antidepressivi a causa della mancanza di senso in una vita privata del lavoro che viene eseguito al 98% da macchine, oppure tra quell’elite di quasi immortali che costituirà una nuova specie di super-uomini?

Queste domande non sono pensate ad arte per creare un climax nella sequenza narrativa di questo post: sono dubbi legittimi e naturalmente conseguenti da alcuni dei temi trattati in Homo Sapiens ed Homo Deus, testi che non mi metto qui a riassumere o a commentare, rimandando invece alle numerose recensioni e risorse online che ne discutono in maniera eccellente, come ad esempio quello di “MiOffroIo“, una buona sinossi che ne mette in luce anche gli aspetti più apocalittici.

Due elementi hanno per altro contribuito ad aggravare lo stato di prostrazione in cui cadevo di tanto in tanto ripensando alle conseguenze reali delle analisi e delle prospettive descritte da Harari.

Il primo, è che non avevo trovato nessuno con cui parlarne di persona: a lavoro, con gli amici, in famiglia… nessuno li aveva letti e pochi sembravano interessati all’argomento.

Il secondo è che girando per la rete e su youtube, quasi tutti le video recensioni ne tessevano lodi estreme, considerando Harari un vate, un interprete dello spirito dei tempi con una visione lucida sul futuro. Con una sola eccezione, questo Roberto Mercadini, una bomba atomica di idee e riflessioni che pur apprezzando l’autore, ne metteva in luce aspetti controversi.

Che fare allora? Mollare tutto e vivere il momento presente, tanto la vita sarà uno schifo? Oppure continuare a sperare in quei due millimetri di luce che penetrano dall’enorme, pesante portone di disfattismo in procinto di chiudersi definitivamente?

Poi por fortuna ho scoperto di non essere da solo. Mi sono imbattuto quasi er caso in due amici che hanno letto almeno uno dei suoi libri: il primo lo conosco da sempre, amico di infanzia, un letterato, archeologo e informatico trasferitosi in Svezia con tutta la famiglia, davvero entusiasta dei testi di questo “pop-scientist”. Il secondo (che è diventato un amico proprio grazie ad una lunga discussione notturna su Harari) è invece un sismologo della Repubblica Ceca che vive a Bergen (Norvegia), in una fattoria appollaiata su un fiordo, con una moglie, cinque figli, alcune capre ed una barca. Quest’ultimo è rimasto quasi traumatizzato ed il nostro confronto – edificante per entrambi – mi ha convinto che i temi dello storico-antropologo israeliano possono essere considerati da prospettive meno apocalittiche se si considerano alcune premesse importanti.

Ecco allora cinque semplici atteggiamenti che fungeranno da anti-depressivi intellettuali. Mi raccomando, sono da assumere immediatamente prima della lettura di Harari.

 

1. Diffidare da chi prevede solo il futuro remoto

Se ci sono persone che rimangono scosse dalle sue riflessioni e ricerche, è perché sono valide, frutto di studio, confronto. La bibliografia in fondo ai suoi libri è enorme, i suoi ragionamenti lineari, quasi inconfutabili, e conducono diretti (mi verrebbe da scrivere “nel baratro”, ma mi astengo) verso conclusioni da Armageddon che  non possono certo farci rallegrare. E il lettore arguto ed intelligente segue, si lascia guidare, convincere, persuadere. E tutto sembra davvero plausibile. Ci si immagina il mondo fra cinquanta o sessanta anni strutturato in caste sociali di superuomini da una parte e di persone medie per lo più inoccupate, forse apatiche, dall’altra. Davvero, seguendo le sue argomentazioni, mi viene da pensare che questo sia lo scenario più probabile verso cui inevitabilmente siamo proiettati.

Poi mi imbatto nella video intervista “Lo storico Harari: “Dalla prosperità dell’UE dipende la pace nel mondo”  in cui alla domanda se ci sarà ancora fra 15 anni l’unione Europea risponde “non lo so, come storico so che non si può prevedere il futuro. Molto spesso accadono eventi inaspettati, questa è l’unica cosa certa della storia“. E segue una serie di esempi a supporto di questa affermazione.

Bumm… Sgancio della bomba.

Ma come? E allora?  Un futuro piuttosto remoto dipinto nei libri in maniera drammatica me lo prospetti quasi come certo e poi – caro Yuval, ora ti do del tu – per uno molto prossimo (EU fra 15 anni) mi dici che non è possibile fare previsioni?  Eh, no, un po’ troppo facile così. E io me le sono forse fatte inutilmente tutte le domande esistenziali deprimenti?
In questo senso, interessante anche l’articolo di Roberto Mercadini “Tutto quello che sai sul futuro è falso” che racconta due interessanti storie in cui le previsioni sul futuro basate su dati scientifici si sono rivelate degli incredibili flop.

 

2. Non uccidere Dio

La religione è un tema difficile da trattare. Interseca la dimensione intellettuale, emotiva e pratica delle persone, ha suscitato – nella storia – una miriade di scrittori a riversare fiumi di inchiostro su una molteplicità di suoi aspetti. Approccio razionale, approccio filosofico, approccio superstizioso, approccio provvidenzialista. Insomma un casino. E certamente non mi aspettavo vi si dedicasse uno spazio eccessivo.

Ma sdoganarla in pochi paragrafi semplicemente come una delle ideologie che ha orientato l’umanità in un certo periodo storico e che adesso non ha praticamente più influenza, mi pare un approccio discutibile.

Nella psicologia analitica di Jung, che pure non contempla l’esistenza di un essere superiore, si dimostra la presenza di un’immagine archetipica della divinità nell’inconscio: al pari della madre, del padre, dell’animus e dell’anima, anche l’immagine/archetipo di Dio ha un suo spazio dentro di noi, che bisogna vivere in qualche modo per essere persone integre. Questo è quanto le scienze psicologiche hanno scoperto. Indipendentemente che si creda oppure no, la spiritualità – necessariamente collegata ad un credo, che sia quello Cristiano, Musulmano o una visione personale che aiuta a vivere questa dimensione – è parte di noi e salva l’uomo dall’appiattimento sul presente e sul materiale.

Insomma l’approccio di Harari rischia davvero di non considerare una dimensione importante dell’essere umano, che ha inscritta in sé una ricerca di senso e una prospettiva religiosa. Non mi sarei assolutamente aspettato una posizione da credente, ma liquidare l’argomento in modo così spiccio è una operazione che sorprende.

 

3. Non andare in montagna con le ciabatte da mare

Un anno mi è capitato. Era un soggiorno improvvisato al camping “I due laghi” di Levico, in Trentino, mentre eravamo diretti verso località marittime.

Unica attrezzatura disponibile: una tenda.

Vestiti a portata di mano: costume, felpe e pantaloni leggeri.

Scarpe: le flip-flop.

Dopo un bagno (gelato) nel lago, seguiamo impavidamente l’impulso a fare un giro sul pendio poco lontano, quello che ora definirei una collinetta delle prealpi. Maglietta da mare, costume, ciabatte da mare ai piedi.

E quella che poteva essere una piacevole passeggiata se solo avessimo avuto un paio di calzature decenti, si rivelò essere una prova generale per una ipotetica gara di camminata sui carboni ardenti. Piedi doloranti, escoriati, ciabatte che ad ogni passo rischiavano di rompersi. Che palle.

Ecco, anche per leggere Harari bisogna essere attrezzati. Ho notato che chi ha studiato materie umanistiche ha un approccio diverso a questi testi rispetto … al resto del mondo. In particolare coloro che posseggono un background tecnico-scientifico tendono a considerare quanto leggono da una prospettiva di verità (o falsità) e con un approccio causa-effetto. Si chiedono se il testo dice il vero, che conseguenze ci saranno e cosa si dovrà fare. E magari si bombardano di paranoie.

Il letterato invece ama il concetto, l’argomentazione, il ragionamento. Ha uno sguardo più critico, si interroga sul senso del tema trattato, lo integra nella sua visione del mondo. E la sera cena tranquillo.

Se quindi non appartenete alla schiera dei letterati e tendete ad interpretare tutto secondo criteri di verità, considerate che esiste anche un approccio complementare che è possibile applicare.

 

4. Parlare con persone dotate di capacità critica

Dopo la lunga chiacchierata col mio amico sismologo, di cui queste pillole anti-depressive intellettuali sono una sintesi compressa al massimo, siamo riusciti ricontestualizzare i dubbi di senso e ad integrare meglio le idee di Harari nella nostra personale visione del mondo. Ma anche discutere con l’altro amico archeologo che si trovava abbastanza in linea con le idee di Harari è stato liberante. Insomma, questa quarta pillola è solo un incoraggiamento a condividere i propri pensieri con altre persone dotate di materia grigia. Non importa quanto le nostre conclusioni possano sembrare banali o non al livello degli esperti in materia: parliamone, perché le cose assumono un loro contorno e si ridimensionano quando vengono comunicate.

Inoltre, considerando che la pop-science ha il merito di aprire conoscenze poco accessibili a tutti, e che questo è proprio il paradigma scelto da Harari, dove è il problema nel fare delle pop-chiacchiere con dei pop-amici? Il purismo scientifico non aiuta in questi casi, anche perché gli articoli scientifici ed i testi di antropologia sono solo per gli addetti ai lavori.

 

5. Leggere altri testi

Senza nulla togliere ad Harari, che è bravo, intelligente, ed ha opinioni basate su anni di studio e di ricerca, è bene considerare il pensiero di altri scrittori sullo stesso tema e allaragare la panoramica. Cosa ne pensano i suoi colleghi? Vedono tutti un futuro così nero?

Non c’è bisogno di approcciare testi universitari, ce ne sono di accessibili a tutti. Ne cito tre che ho trovato davvero utili:

Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni Copertina flessibile di Jared Diamond. Un grande classico, da leggere.

Homo Comfort, Il superamento tecnologico della fatica e le sue conseguenze, di Stefano Boni. Un antropologo italiano un po’ anarchico. Un personaggio ed un testo di nicchia, che meritano.

Il più grande uomo scimmia del Pleistocene di Roy Lewis. Da leggere una volta nella vita, recensito qui. Con quest’ultimo c’è anche il rischio di farsi una risata e di apprezzare la bellezza romantica dell’evoluzione dell’uomo.

 

5+1. Subsonica vs. Harari: 1-0

Sanno tutto di te. Sanno la tua posizione perché la condividi. Per stare comodo di quanta libertà ti privi?”. Potrebbe essere la quarta di copertina di Errore di sistema, di Edward Snowden, oppure un capitolo di Homo Deus. E invece no, è un estratto del testo di “Sonde” dei Subsonica.

Lungi dal voler sminuire il lavoro monumentale di Harari e di altri autori di testi giornalistici, divulgativi o scientifici su argomenti simili, non trovate anche voi quanto sia liberante constatare che queste idee aleggiavano nell’aria già da una decina d’anni?

Ecco come continuano i Subsonica: “Perché ti fidi, il consenso non ti fa paura / Sembra che il mondo ora sia fatto su misura / E tu non devi neanche sbatterti per scegliere o per capire / Lo faccio io per te / Tu lasciati servire / Ma è tutto gratis! / Non sono i soldi ad interessargli, non è ciò che paghi / Ma è la tua privacy, sono i tuoi dati / Il vero tesoro venduti a peso d’oro / Vendine un pezzo a loro”. Viene da pensare che siano stati loro ad ispirare la Commissione Europea nel rilascio del GDPR  (Il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati entrato in vigore il 25 Maggio 2018, grazie al quale abbiamo un pop-up in più su cui cliccare quando accediamo a siti web che usano i cookies).

E se avessero indetto dieci anni fa una “gara di profezie”, per premiare il per primo che avesse indovinato e comunicato al wide public i rischi connessi alla tecnologia che ci rende produttori di dati che vengono ingurgitati, elaborati ed utilizzati da terzi tramite algoritmi di machine learning… bhé, i vincitori sarebbero ora i Subsonica, che pronosticavano tutto ciò già dal 2011.

Mi spiace Yuval, uno a zero per i Subsonica.

Certo, è un lavoro di fantasia (ecco perché questa pillola è inserita come addendum, un 5+1), ma vale la pena cogliere la provocazione per ridimensionare Harari e la sua apocalisse.

 

 

Titoli di coda

Se siete arrivati sin qui, forse anche voi siete stati travolti dalle belle teorie di Harari, e – sempre forse –  anche voi avete reagito con moti di tristezza e rabbia nel vedere descritte con rigore scientifico la fine della razza umana, la deprimente prospettiva di una vita casuale e con poco senso: bhé, per quello che vale, sappiate che non siete soli.

Qui si concludono i 5+1 antidoti. Non basteranno certo a non mandare almeno un po’ in crisi il lettore riflessivo e in cerca di senso, ma almeno potranno aprire altre prospettive e non permettere ad un certo disfattismo mascherato da ragionamento arguto di buttarci troppo giù.

 

 

Credits:

Header Photo by https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Homo_Deus_-_A_Brief_History_of_Tomorrow.jpg

Post Photo by Dhruv Deshmukh on Unsplash

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Invidia il prossimo tuo – John Niven

Avevo un pensiero ricorrente durante la lettura di questo libro. Scorrevo le righe, le pagine e mi dicevo: “bello ma cinico”.
Bello, poiché Niven è senza dubbio un grande scrittore, dalla prosa fluida, ironico, capace evocare immagini originali.
Cinico, poiché sembrava si basasse sulla canonica triade di valori “soldi, successo, sesso” dai quali dovrebbe dipendere il mondo.

E invece… è riuscito a stupirmi con la narrazione di questa amicizia travagliata tra due compagni di scuola oramai più che quarantenni. Uno sul treno della vita alto borghese, l’altro sul pullman sgangherato dell’ex rock-star in declino.

Diversamente brillante rispetto a “A volte ritorno”, ma forse più profondo.
Se lo si sa cogliere per il verso giusto, è un libro che fa riflettere.

E mi piace chiudere con la stessa conclusione dei feedback più beceri su AirBnb: “consigliatissimo!” 🙂

Scheda libro su Anobii: http://www.anobii.com/books/Invidia_il_prossimo_tuo/9788806236526/01668791898a2fb3dd

E voi, lo avete letto? Cosa ne pensate?

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Come avere milioni di follower su Instagram: 10 principi infallibili

Guardando qua e la, esaminando me stesso, parlando con amici e colleghi, ho scoperto che la sete di like – quel cuoricino e quel pollice alzato che ci gratificano un po’ nel grigiume di alcune giornate – è una patologia trasversale.

Attraversa ceti sociali, differenze di genere, livelli culturali normalmente distanti, diversi stati di vita: dal prete al professore, dal macellaio all’adolescente, dalla massaia al tassidermista, tutti cercano l’altrui plauso, almeno un po’.

10 principichiara ferragnifacebookfollowerfollower how toICT & Webinstagramlikemetodonetworksocial


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10 libri che lasciano una (bella) traccia

In vista di un possibile progetto di scrittura – di cui non voglio dare alcuna anticipazione poiché si tratta di un desiderio ancora allo stato embrionale – mi sono ritrovato a selezionare alcuni dei titoli migliori tra i libri che ho letto.

Libri che hanno lasciato qualche traccia nella mia vita: che hanno svelato domanda che non riusciva ad emergere, che hanno risvegliato desideri o un desiderio di scrivere come lo scrittore (ambizione esagerata quando si tratta di Calvino… e va bene, lo so) o che semplicemente mi hanno fatto fare delle sane e furenti risate.

10 libribest booksletturalibri edificanti


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Caro Pat, ecco uno che vi frega tutti

Caro Pat, è arrivato Guthrie.
Guthrie lo fa meglio di tutti perché siete tutti in lui. Ci stai tu, ci sta Scott (Henderson), ci sta Marcus (Miller). ci sta Enrico (Cleptone), ci sta Jimmy (Hendrix) e pure quel contadino di Zappa (il Frank)

Guthrie è uno di quei materiali sintetici con tantissime proprietà: ti ci asciughi, lo usi come panno, non lo devi stirare, va bene per le situazioni eleganti ma anche per quelli estreme, poi lo metti in lavatrice con l’acqua fredda e si lava. Super versatile.
Slappa, sweeppa, tappa, arpeggia triadi su 4 ottave con solo due pennate. Scivola nel flusso. Saltella da un piolo all’altro: questo è Guthrie.

Ascoltiamolo

 

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Burocrazia vs. Informatica : 1000 a zero

Foreword

Solo questa mattina in occasione di una analisi specialistica – un’ortopanoramica per vedere se i denti crescono verso il cervello o verso il palato – una serie di considerazioni che latentemente si autoalimentavano è esplosa in tutta la sua virulenta grazia. La general picture si sta chiarendo. L’informatica, che sta entrando in maniera sempre più diffusa negli uffici pubblici, ha un ruolo. Lo dovrebbe avere.
Poi c’è la sua antagonista: la burocrazia.
Bhè, nelle buone intenzioni iniziali, il cavallo bolso della burocrazia avrebbe dovute ricevere dall’Informatica una iniezione di energia che potesse ringiovanirlo un po’, dargli un po’ di sprint.

Un’informatica a supporto della burocrazia, che in teoria avrebbe dovuto migliorare il lavoro dei dipendenti e la vita degli utenti dei servizi pubblici. Ovvero i cittadini

Ma questo è successo?  Solo in parte. Il cavallo bolso rifiuta le iniezioni e preferisce gongolarsi nel suo bolsume.

Osserviamo la situazione da un punto di vista nerd-oriented, allora.


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#Buonenotizie – diventare scrittori con il self-publishing

E’ con grande piacere che riporto il mio primo articolo su una fantastica testata giornalistica: Buonenotizie.it

Forse è capitato anche a voi  – discorrendo con amici o conoscenti di scrittura ed editoria – di sentire che il 50% degli italiani ha un romanzo inedito chiuso nel cassetto. Una cifra forse esagerata, che non corrisponde rigorosamente alle statistiche ISTAT secondo cui ogni anno vengono pubblicati circa 60mila nuovi titoli (libro più libro meno).
Tuttavia, accantonando per un momento l’iperbole colloquiale e concentrandoci sui dati ufficiali, osserviamo che proprio queste cifre ci raccontano il grande desiderio degli italiani di far conoscere e pubblicizzare le proprie opere. Negli ultimi dieci anni infatti i libri pubblicati sono circa 600mila: vale a dire che quasi un italiano su cento ha pubblicato un libro nell’ultima decade. Una cifra impressionante!

Chi – del resto – non ha un lontano parente, un amico o  un conoscente che si è cimentato con la scrittura di un libro e con la sua pubblicazione? O forse siamo stati proprio noi i protagonisti dell’avventurosa e ardua ricerca di un editore disposto a pubblicare la nostra opera… Chi ha avuto esperienze di questo genere con il mondo dell’editoria tradizionale sa bene che è facile incorrere in case editrici che – pur senza arrivare alle aberranti pratiche succhia soldi narrate da Umberto Eco nel suo il Pendolo di Focault – richiedono all’autore di investire diverse centinaia di euro (migliaia in alcuni casi) per pubblicare un libro, senza che esso abbia poi il successo sperato o quantomeno la risonanza promessa tramite i canali di distribuzione tradizionali.

[continua a leggere su Buonenotizie.it]

 

HEADER IMAGE BY PIXABAY  Creative Commons CC0


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La bibliotecaria anarco-post-punk / spennellare personaggi #3

Liberamente ispirato dalla storia di un essere umano realmente esistente. (Be patient, Alice, se ti ho saccheggiato la vita)

Entro nella biblioteca.
Quella pubblica.
La porta cigola poichè l’ultimo demente che non si è pulito le scarpe sull’apposito zerbino ”Benvenuti”, si è invece evidentemente peritato di depositare i sassolini incastrati nella suola esattamente sotto la battuta della porta.
Fantastico! Benissimo!
Adesso oltre al cigolio posso ascoltare un raschio strascinato di millimetrici lito-detriti in attrito sul marmo del pavimento. Melodiosi suoni che si posizionano nella zona d’ombra tra La Traviata e il raspar di unghie sulla lavagna.


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EPISODE 0

Clic.. clac…clac.. cloc.

Silenzio.

Clic clic.. clac. Clic clic…

$(self.el).append(this.messages.login);

 

“Mhmmmm… aspetta però. Ridefiniamo un attimo la proprietà login.. “


var this.messages={
“login”:”Welcome to your new social life”,
“logout”:”See you in while.”
}

nerdposto di lavoroprove letterariespennellare personaggiworkplace


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Pennac: la lunga notte del dottor Galvan.E la mia, anche.

Il mago della medicina interna, ecco cosa volevo diventare. Lei mi dirà che era un’ambizione più che onorevole… No? Sì? Eh?”
“Be’, si sbaglia. In realtà, io sognavo una cosa sola… Quasi non oso dirgliela, tanto è… Da non crederci! Sognavo il mio futuro biglietto da visitai”

E’ uno di quei libri che ti frega. Ingenuamente ti chiedi “cosa mi leggo stasera?”, e allora ravani tra i testi non letti in pila sullo scaffale, vedi questo qui, piccolo, breve, la tipica lettura serale per prendere sonno – semmai ce ne fosse bisogno.
E invece ti ritrovi incollato alle pagine, ad ammirare le performance di giocoleria verbale di Pennac, che ti spara una storia assurda raccontata con arte.

daniel pennacfichissimola lunga notte del dottor galvanrecensioni


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