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Un congresso di geoscienziati? (alias: EGU #1)

Ho vari amici e conoscenti al di fuori della cerchia del lavoro con cui spesso mi ritrovo a parlare delle mie attività. Ogni volta – sorprendentemente – scopro quanto sia poco semplice raccontare quello che si fa a questi congressi  o meeting a cui ogni tanto partecipo.

Avendo già gettato la spugna sul tentativo di rispondere alla fatidica domanda “che lavoro fai?” posta dai  non addetti ai lavori di età superiore a 70 anni  (“…lavoro in EPOS, un progetto Europeo che si occupa delle integrazione delle infrastrutture di ricerca per le scienze della terra, ora mi occupo della raccolta dei metadati per la creazione del catalogo che permettarà la discovery e l’integrazione dei dati” ho provato a dire, e seguivano sguardi basiti, degli “ah però, interessante” detti con evidente meccanicità e altre scene che vi risparmio), tento allora di illustrare come funziona un congresso come l’EGU.

Chissà un giorno forse riuscirò a far capire di cosa mi occupo prima di pronunciare la parola magica “terremoti” (molto indirettamente si potrebbe dire che mi occupo anche di quello. Molto indirettamente. Molto.)

Anche quest’anno, quindi, sto partecipando all’EGU.logoEGU_2725_1712
Cos’è ‘EGU? E’ l’acronimo di  European Geoscience Union general assembly. In sostanza è un grandissimo congresso (c.ca 30 mila persone) in  cui tutti gli scienziati che si occupano di scienze della terra si incontrano per discutere delle nuove scoperte fatte, per confrontarsi sullo stato dell’arte di una certa disciplina, per mostrare il proprio lavoro, per creare contatti.
In tutti gli ambienti accademici infatti si fanno incontri periodici per potersi raccontare, per capire dove si sta andando. Ecco, questo congresso, se proprio lo si deve classificare, può essere ficcato in questo calderone di incontri accademici.

Durante tutto il giorno ci sono presentazioni sui vari temi delle scienze della terra: si va dalla sismologia all’energia e ambiente, dalll’idrologia all’informatica applicata ai sistemi per memorizzare e condividere i dati.
Sono tantissime: dalle 8.30 di mattina sino alle 20.00 ci sono infatti più di 60 presentazioni in parallelo ogni quarto d’ora e più di 800 poster presentati ogni giorno.
Facendo i conti del pizzicarolo: 2880 presentazioni orali al giorno.

Insomma un gran casino, e quando arrivi devi prendere il programma, un libretto di 300 pagine, per capire le sessioni che ti interessano.

Nel quadro di questo congresso, io che mi occupo della “parte informatica” (chiamiamola così senza scendere in dettagli poco digeribili da chi informatico non è) di un progetto di scienze della terra. Quest’anno, come anche l’anno scorso oscillo tra 1. lo stand del progetto, 2. incontri interni e sessioni del congresso, 3 la presentazione del poster.

Lo stand del progetto

foto (4)

EPOS Booth Team

Mi piace chiamarlo il negozio del barbiere“: infatti sebbene nasca come luogo dove dare informazioni riguardo al progetto e alle iniziative in corso, spesso si trasforma in un luogo dove i parassiti che vengono per accaparrarsi i gadget disponibili (penne, brochures fighissime, spillette e quest’anno addirittura le m&m’s con il logo personalizzato!)

foto

i gadgets

si fermano poi per parassitare anche il nostro tempo. Si appassionano, vengono lì, ti raccontano cosa fanno, narrano la storia della loro vita, ti dicono che possono prevedere i terremoti senza errore e alla richiesta della provenienza di tali capacità taumaturgiche rispondono con l’ingenuità e limpidezza d’animo di una bambina che gioca ancora con le Barbie che hanno dei modelli scientifici rigorosi. Insomma pura fantasia.

Esattamente come accade nel negozio del barbiere, capita che si fermino sfaccendati di varia estrazione a narrare le loro celie, arrivino conoscenti che hanno bisogno di un tavolo per poggiare il computer e scaricarsi la posta, soggetti in cerca di amicizia a cercare il contatto umano che solo noi di EPOS – che sgorghiamo italianità da tutti i pori in questo scenario di freddi nordeuropei (scheeerzo!)- sappiamo dare loro.

foto (2)

Nella foto qui accanto invece vedete immortalato un momento  storico: diversi ICT people, tra cui anche me,  si incontrano per discutere sul diagramma funzionale di un sistema per la memorizzazione, lo staging, il PIDding dei dati e dei metadati sismologici.

Finalmente dopo tanta solitudine informatica mi sono ritrovato con altre persone estremamente competenti con cui confrontarmi ed imparare. Siamo riusciti a  maturare una visione comune e concordare i prossimi passi da fare. Per quanto mi riguarda lavorerò con altri colleghi dell’INGV su un prototipo per la memorizzazione dei dati e metadati sismologici basato su couchdb o altri database noSQL. Una gran figata, insomma.

Incontri e sessioni

I vari meeting e le sessioni (quelli che si tengono a botte di 60 in parallelo) sono molto interesanti. Nei primi si discute per lo più degli affari di famiglia, vale a dire questioni interne al progetto. Un esempio: i vulcanologi stanno costruendo un nodo che distribuirà dati e servizi a EPOS, quindi si devono incontrare per guardarsi in faccia e concordare su come costruirlo, quali dati condividere, a chi darli, come distribuirli ecc ecc.

Immagino che tutto ciò possa sembrare quasi superfluo ad un osservaore esterno, ma la realtà è che quando si cerca di fare qualcosa con gli altri specialmete in ambito scientifico, ognuno si approccia al problema con il proprio background e generalmente ci vuole un po’ di tempo per circoscrivere l’argomento. Per esempio anche parlando di argomenti puramente informatici, spesso escono fuori temi scientifici e servono ore di convincimenti, confronti, lavaggi del cervello, lobotomie ed altri mezzi estremi per chiarire che in quel momento la domanda è “vuoi condividere i dati con tutti o solo con il collega della porta accanto?”

Le sessioni invece sono i cosiddetti “oral talks“, in cui si fanno delle presentazioni con i risultati di un proprio lavoro, spesso collegato ad una pubblcazione scientifica. Oggi ne ho ascoltato uno fantastico fatto dai tizi di google. Ma questo merita un post a parte.

Prima però vi lascio una chicca (la foto qui sotto).

foto

A dopo allora.

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