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5+1 antidoti per non deprimersi leggendo Yuval N. Harari

Leggere Harari è un’ attività che può creare dipendenza.

Me ne sono accorto tre mesi fa quando mi sono lanciato anima e corpo in un rave letterario a base di Sapiens – da Animali a Dei e Homo Deus, due tra i suoi testi più conosciuti. Ho ingurgitato in maniera famelica le pagine, ho gustato i suoi sottili ragionamenti, ho apprezzato le visioni sul futuro e addirittura riflettuto su come trarne vantaggio.

Poi, come ogni indigestione, è finita male: a lettura conclusa, sono stato preso dallo sconforto,  da una tristezza ed uno scoraggiamento a tutto tondo, che toccava – orizzontalmente – tanti aspetti dell’esistenza personale e collettiva, e – verticalmente – si diramava in profondità, alle sorgenti del senso stesso della vita.

Intendiamoci: Harari è un personaggio di spicco con una sua consistenza culturale ed esistenziale. Se non lo avete letto, fatelo.

Ma arrivateci preparati.

Dopo la maratona bibliofaga infatti mi sono trovato ad esser turbato interiormente: che senso ha il progresso e l’avanzamento tecnologico – mi chiedevo – se poi tutto è destinato a concludersi con le solite ingiustizie, disuguaglianze sociali ed un probabile collasso del nostro pianeta?

Se noi siamo frutto del caso, che senso ha tutto questo?

E nel futuro, i nostri posteri saranno nella fascia di popolazione inoccupata che andrà avanti a forza di antidepressivi a causa della mancanza di senso in una vita privata del lavoro che viene eseguito al 98% da macchine, oppure tra quell’elite di quasi immortali che costituirà una nuova specie di super-uomini?

Queste domande non sono pensate ad arte per creare un climax nella sequenza narrativa di questo post: sono dubbi legittimi e naturalmente conseguenti da alcuni dei temi trattati in Homo Sapiens ed Homo Deus, testi che non mi metto qui a riassumere o a commentare, rimandando invece alle numerose recensioni e risorse online che ne discutono in maniera eccellente, come ad esempio quello di “MiOffroIo“, una buona sinossi che ne mette in luce anche gli aspetti più apocalittici.

Due elementi hanno per altro contribuito ad aggravare lo stato di prostrazione in cui cadevo di tanto in tanto ripensando alle conseguenze reali delle analisi e delle prospettive descritte da Harari.

Il primo, è che non avevo trovato nessuno con cui parlarne di persona: a lavoro, con gli amici, in famiglia… nessuno li aveva letti e pochi sembravano interessati all’argomento.

Il secondo è che girando per la rete e su youtube, quasi tutti le video recensioni ne tessevano lodi estreme, considerando Harari un vate, un interprete dello spirito dei tempi con una visione lucida sul futuro. Con una sola eccezione, questo Roberto Mercadini, una bomba atomica di idee e riflessioni che pur apprezzando l’autore, ne metteva in luce aspetti controversi.

Che fare allora? Mollare tutto e vivere il momento presente, tanto la vita sarà uno schifo? Oppure continuare a sperare in quei due millimetri di luce che penetrano dall’enorme, pesante portone di disfattismo in procinto di chiudersi definitivamente?

Poi por fortuna ho scoperto di non essere da solo. Mi sono imbattuto quasi er caso in due amici che hanno letto almeno uno dei suoi libri: il primo lo conosco da sempre, amico di infanzia, un letterato, archeologo e informatico trasferitosi in Svezia con tutta la famiglia, davvero entusiasta dei testi di questo “pop-scientist”. Il secondo (che è diventato un amico proprio grazie ad una lunga discussione notturna su Harari) è invece un sismologo della Repubblica Ceca che vive a Bergen (Norvegia), in una fattoria appollaiata su un fiordo, con una moglie, cinque figli, alcune capre ed una barca. Quest’ultimo è rimasto quasi traumatizzato ed il nostro confronto – edificante per entrambi – mi ha convinto che i temi dello storico-antropologo israeliano possono essere considerati da prospettive meno apocalittiche se si considerano alcune premesse importanti.

Ecco allora cinque semplici atteggiamenti che fungeranno da anti-depressivi intellettuali. Mi raccomando, sono da assumere immediatamente prima della lettura di Harari.

 

1. Diffidare da chi prevede solo il futuro remoto

Se ci sono persone che rimangono scosse dalle sue riflessioni e ricerche, è perché sono valide, frutto di studio, confronto. La bibliografia in fondo ai suoi libri è enorme, i suoi ragionamenti lineari, quasi inconfutabili, e conducono diretti (mi verrebbe da scrivere “nel baratro”, ma mi astengo) verso conclusioni da Armageddon che  non possono certo farci rallegrare. E il lettore arguto ed intelligente segue, si lascia guidare, convincere, persuadere. E tutto sembra davvero plausibile. Ci si immagina il mondo fra cinquanta o sessanta anni strutturato in caste sociali di superuomini da una parte e di persone medie per lo più inoccupate, forse apatiche, dall’altra. Davvero, seguendo le sue argomentazioni, mi viene da pensare che questo sia lo scenario più probabile verso cui inevitabilmente siamo proiettati.

Poi mi imbatto nella video intervista “Lo storico Harari: “Dalla prosperità dell’UE dipende la pace nel mondo”  in cui alla domanda se ci sarà ancora fra 15 anni l’unione Europea risponde “non lo so, come storico so che non si può prevedere il futuro. Molto spesso accadono eventi inaspettati, questa è l’unica cosa certa della storia“. E segue una serie di esempi a supporto di questa affermazione.

Bumm… Sgancio della bomba.

Ma come? E allora?  Un futuro piuttosto remoto dipinto nei libri in maniera drammatica me lo prospetti quasi come certo e poi – caro Yuval, ora ti do del tu – per uno molto prossimo (EU fra 15 anni) mi dici che non è possibile fare previsioni?  Eh, no, un po’ troppo facile così. E io me le sono forse fatte inutilmente tutte le domande esistenziali deprimenti?
In questo senso, interessante anche l’articolo di Roberto Mercadini “Tutto quello che sai sul futuro è falso” che racconta due interessanti storie in cui le previsioni sul futuro basate su dati scientifici si sono rivelate degli incredibili flop.

 

2. Non uccidere Dio

La religione è un tema difficile da trattare. Interseca la dimensione intellettuale, emotiva e pratica delle persone, ha suscitato – nella storia – una miriade di scrittori a riversare fiumi di inchiostro su una molteplicità di suoi aspetti. Approccio razionale, approccio filosofico, approccio superstizioso, approccio provvidenzialista. Insomma un casino. E certamente non mi aspettavo vi si dedicasse uno spazio eccessivo.

Ma sdoganarla in pochi paragrafi semplicemente come una delle ideologie che ha orientato l’umanità in un certo periodo storico e che adesso non ha praticamente più influenza, mi pare un approccio discutibile.

Nella psicologia analitica di Jung, che pure non contempla l’esistenza di un essere superiore, si dimostra la presenza di un’immagine archetipica della divinità nell’inconscio: al pari della madre, del padre, dell’animus e dell’anima, anche l’immagine/archetipo di Dio ha un suo spazio dentro di noi, che bisogna vivere in qualche modo per essere persone integre. Questo è quanto le scienze psicologiche hanno scoperto. Indipendentemente che si creda oppure no, la spiritualità – necessariamente collegata ad un credo, che sia quello Cristiano, Musulmano o una visione personale che aiuta a vivere questa dimensione – è parte di noi e salva l’uomo dall’appiattimento sul presente e sul materiale.

Insomma l’approccio di Harari rischia davvero di non considerare una dimensione importante dell’essere umano, che ha inscritta in sé una ricerca di senso e una prospettiva religiosa. Non mi sarei assolutamente aspettato una posizione da credente, ma liquidare l’argomento in modo così spiccio è una operazione che sorprende.

 

3. Non andare in montagna con le ciabatte da mare

Un anno mi è capitato. Era un soggiorno improvvisato al camping “I due laghi” di Levico, in Trentino, mentre eravamo diretti verso località marittime.

Unica attrezzatura disponibile: una tenda.

Vestiti a portata di mano: costume, felpe e pantaloni leggeri.

Scarpe: le flip-flop.

Dopo un bagno (gelato) nel lago, seguiamo impavidamente l’impulso a fare un giro sul pendio poco lontano, quello che ora definirei una collinetta delle prealpi. Maglietta da mare, costume, ciabatte da mare ai piedi.

E quella che poteva essere una piacevole passeggiata se solo avessimo avuto un paio di calzature decenti, si rivelò essere una prova generale per una ipotetica gara di camminata sui carboni ardenti. Piedi doloranti, escoriati, ciabatte che ad ogni passo rischiavano di rompersi. Che palle.

Ecco, anche per leggere Harari bisogna essere attrezzati. Ho notato che chi ha studiato materie umanistiche ha un approccio diverso a questi testi rispetto … al resto del mondo. In particolare coloro che posseggono un background tecnico-scientifico tendono a considerare quanto leggono da una prospettiva di verità (o falsità) e con un approccio causa-effetto. Si chiedono se il testo dice il vero, che conseguenze ci saranno e cosa si dovrà fare. E magari si bombardano di paranoie.

Il letterato invece ama il concetto, l’argomentazione, il ragionamento. Ha uno sguardo più critico, si interroga sul senso del tema trattato, lo integra nella sua visione del mondo. E la sera cena tranquillo.

Se quindi non appartenete alla schiera dei letterati e tendete ad interpretare tutto secondo criteri di verità, considerate che esiste anche un approccio complementare che è possibile applicare.

 

4. Parlare con persone dotate di capacità critica

Dopo la lunga chiacchierata col mio amico sismologo, di cui queste pillole anti-depressive intellettuali sono una sintesi compressa al massimo, siamo riusciti ricontestualizzare i dubbi di senso e ad integrare meglio le idee di Harari nella nostra personale visione del mondo. Ma anche discutere con l’altro amico archeologo che si trovava abbastanza in linea con le idee di Harari è stato liberante. Insomma, questa quarta pillola è solo un incoraggiamento a condividere i propri pensieri con altre persone dotate di materia grigia. Non importa quanto le nostre conclusioni possano sembrare banali o non al livello degli esperti in materia: parliamone, perché le cose assumono un loro contorno e si ridimensionano quando vengono comunicate.

Inoltre, considerando che la pop-science ha il merito di aprire conoscenze poco accessibili a tutti, e che questo è proprio il paradigma scelto da Harari, dove è il problema nel fare delle pop-chiacchiere con dei pop-amici? Il purismo scientifico non aiuta in questi casi, anche perché gli articoli scientifici ed i testi di antropologia sono solo per gli addetti ai lavori.

 

5. Leggere altri testi

Senza nulla togliere ad Harari, che è bravo, intelligente, ed ha opinioni basate su anni di studio e di ricerca, è bene considerare il pensiero di altri scrittori sullo stesso tema e allaragare la panoramica. Cosa ne pensano i suoi colleghi? Vedono tutti un futuro così nero?

Non c’è bisogno di approcciare testi universitari, ce ne sono di accessibili a tutti. Ne cito tre che ho trovato davvero utili:

Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni Copertina flessibile di Jared Diamond. Un grande classico, da leggere.

Homo Comfort, Il superamento tecnologico della fatica e le sue conseguenze, di Stefano Boni. Un antropologo italiano un po’ anarchico. Un personaggio ed un testo di nicchia, che meritano.

Il più grande uomo scimmia del Pleistocene di Roy Lewis. Da leggere una volta nella vita, recensito qui. Con quest’ultimo c’è anche il rischio di farsi una risata e di apprezzare la bellezza romantica dell’evoluzione dell’uomo.

 

5+1. Subsonica vs. Harari: 1-0

Sanno tutto di te. Sanno la tua posizione perché la condividi. Per stare comodo di quanta libertà ti privi?”. Potrebbe essere la quarta di copertina di Errore di sistema, di Edward Snowden, oppure un capitolo di Homo Deus. E invece no, è un estratto del testo di “Sonde” dei Subsonica.

Lungi dal voler sminuire il lavoro monumentale di Harari e di altri autori di testi giornalistici, divulgativi o scientifici su argomenti simili, non trovate anche voi quanto sia liberante constatare che queste idee aleggiavano nell’aria già da una decina d’anni?

Ecco come continuano i Subsonica: “Perché ti fidi, il consenso non ti fa paura / Sembra che il mondo ora sia fatto su misura / E tu non devi neanche sbatterti per scegliere o per capire / Lo faccio io per te / Tu lasciati servire / Ma è tutto gratis! / Non sono i soldi ad interessargli, non è ciò che paghi / Ma è la tua privacy, sono i tuoi dati / Il vero tesoro venduti a peso d’oro / Vendine un pezzo a loro”. Viene da pensare che siano stati loro ad ispirare la Commissione Europea nel rilascio del GDPR  (Il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati entrato in vigore il 25 Maggio 2018, grazie al quale abbiamo un pop-up in più su cui cliccare quando accediamo a siti web che usano i cookies).

E se avessero indetto dieci anni fa una “gara di profezie”, per premiare il per primo che avesse indovinato e comunicato al wide public i rischi connessi alla tecnologia che ci rende produttori di dati che vengono ingurgitati, elaborati ed utilizzati da terzi tramite algoritmi di machine learning… bhé, i vincitori sarebbero ora i Subsonica, che pronosticavano tutto ciò già dal 2011.

Mi spiace Yuval, uno a zero per i Subsonica.

Certo, è un lavoro di fantasia (ecco perché questa pillola è inserita come addendum, un 5+1), ma vale la pena cogliere la provocazione per ridimensionare Harari e la sua apocalisse.

 

 

Titoli di coda

Se siete arrivati sin qui, forse anche voi siete stati travolti dalle belle teorie di Harari, e – sempre forse –  anche voi avete reagito con moti di tristezza e rabbia nel vedere descritte con rigore scientifico la fine della razza umana, la deprimente prospettiva di una vita casuale e con poco senso: bhé, per quello che vale, sappiate che non siete soli.

Qui si concludono i 5+1 antidoti. Non basteranno certo a non mandare almeno un po’ in crisi il lettore riflessivo e in cerca di senso, ma almeno potranno aprire altre prospettive e non permettere ad un certo disfattismo mascherato da ragionamento arguto di buttarci troppo giù.

 

 

Credits:

Header Photo by https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Homo_Deus_-_A_Brief_History_of_Tomorrow.jpg

Post Photo by Dhruv Deshmukh on Unsplash

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Il più grande uomo scimmia del pleistocene

Fa strano immaginarsi diluvi universali, lotte con le fiere e scalate di vulcani alla ricerca del fuoco, mentre si sta sbragati su uno scoglio a respirare l’odore di mare pulito, girati sul fianco con l’avambraccio sotto l’orecchio, a nascondere il volto dall’abbagliante riverbero del sole.
Ma leggendo Roy Lewis è praticamente inevitabile.
Questa estate, ingurgitato dal libro e proiettato in questa dimensione parallela, con la manopola del tempo girata indietro di alcuni milioni di anni, ho spiato da vicino le vicende di Ernest e la sua famiglia. Sorridevo agli episodi assurdi che li coinvolgevano, mi rattristavo con loro per le difficoltà, mi gasavo quando, scoperto il fuoco, sono riusciti a conquistare le caverne e tenere a bada bestie più grandi di loro.
Ma soprattutto ho unito tanti puntini. Tante di quelle che un approccio post-ideologico mi ha suggerito – nel passato – essere “sovrastrutture borghesi” o “invenzioni del clero per mantenere il potere” si sono rivelate null’altro che tappe naturali nella storia dell’evoluzione umana. Mi vengono in mente ad esempio la nascita dei miti, Adamo, Eva, il diluvio universale, l’Eden. Oppure la struttura delle società e i vari ruoli nella tribù – vale a dire il futuro stato. O ancora, l’amore. Oh si, l’amore, quello vero, il sesso senza pornografia, senza le sovrastrutture e anche un po’ inconsapevole.
Infine una nota personale: la lettura in parallelo di questo libro e “Homo Comfort” di S. Boni ha generato un’alchimia interessante. Mentre il primo canta odi all’evoluzione e alle conquiste – soprattutto tecnologiche – dell’uomo, il secondo la mette seriamente in discussione puntando il dito sull’onnipresenza tecnologica. Leggendo quest’ultimo mi ero un po’ depresso.
Per fortuna c’era l’uomo scimmia del pleistocene a tirarmi su: una pietra miliare, uno di quei libri da leggere una volta nella vita.

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Invidia il prossimo tuo – John Niven

Avevo un pensiero ricorrente durante la lettura di questo libro. Scorrevo le righe, le pagine e mi dicevo: “bello ma cinico”.
Bello, poiché Niven è senza dubbio un grande scrittore, dalla prosa fluida, ironico, capace evocare immagini originali.
Cinico, poiché sembrava si basasse sulla canonica triade di valori “soldi, successo, sesso” dai quali dovrebbe dipendere il mondo.

E invece… è riuscito a stupirmi con la narrazione di questa amicizia travagliata tra due compagni di scuola oramai più che quarantenni. Uno sul treno della vita alto borghese, l’altro sul pullman sgangherato dell’ex rock-star in declino.

Diversamente brillante rispetto a “A volte ritorno”, ma forse più profondo.
Se lo si sa cogliere per il verso giusto, è un libro che fa riflettere.

E mi piace chiudere con la stessa conclusione dei feedback più beceri su AirBnb: “consigliatissimo!” 🙂

Scheda libro su Anobii: http://www.anobii.com/books/Invidia_il_prossimo_tuo/9788806236526/01668791898a2fb3dd

E voi, lo avete letto? Cosa ne pensate?

anobiiinvidia il prossimo tuojohn nivenlibrirecensione


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Nessun genitore deve volere il meglio per suo figlio

”…e sai perchè? Perché non lo sa. Un genitore non sa cos’è il meglio per suo figlio. Non lo può sapere, come potrebbe? E’ Dio? Legge nella sfera di cristallo? No, è solo un genitore. E allora dovrebbe starsene a guardare e basta, in silenzio e con grande calma”.

Rubo queste poche righe, tra le più essenziali, a Paola Mastrocola, dal suo ”Non so niente di te” del 2013.

Non sono le prime, però. Vengono dopo le pecore. O meglio, dopo l’evento delle pecore, le pecore dentro l’università. Durante una conferenza di economia in cui veniva illustrata una rivoluzionaria teoria, un modello economico nuovo, geniale, brillante.Le pecore portate da uno dei relatori, il nostro protagonista, il personaggio che proclama le parole con cui inizia questo articolo.

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No, non mi sono fanno una canna: davvero tutto ciò viene raccontato in ”Non so niente di te”, che alla fine non è un libro. E’ una bomba. Mischiando eventi improbabili con una giusta dose di anteprime su quanto deve ancora accadere e con un tema attualissimo – le aspettative dei genitori sui figli – Paola Mastrocola sforna un libro di quelli che non leggevo da tempo.

Riflettendo su quello che volevo scrivere a riguardo di questo testo, pensavo di metterne in luce tutta la profondità tentando di dimostrare come fosse un pezzo di letteratura contemporanea (dei giorni nostri, intendo), come abbia tutte le carte in tavola per entrare nell’olimpo dei testi immortali, magari citando A. Spadaro per il quale un testo letterario deve confrontarsi con le tensioni radicali di una vita umana, ci deve svelare noi stessi.

Per fortuna, per mia grande fortuna (o sfortuna, Dio solo lo sa) non ho fatto lettere quindi posso lasciar perdere qualsiasi velleità da critico letterario e dire semplicemente quello che penso: ”Non so niente di te” riesce a suscitare pensieri, sentimenti, riflessioni sulla propria vita e, allo stesso tempo, desiderio di andare a fondo.

La Mastrocola giochicchia con le parole, le espressioni, riuscendo a mettere in risonanza con dialoghi tutto sommato semplici alcune dinamiche interne che io e tutti quanti – ne sono sicuro – ci portiamo dentro.
Roba del tipo: ma faccio quello che faccio perché lo voglio o per accontentare qualcuno? Mi sono sono scelto la mia strada? Ma la dovevo davvero scegliere? Ma cosa volevano i miei genitori da me? Cosa voglio dai miei figli?

Ecco, tira fuori temi grossi, temi importanti, temi da ricerca vocazionale, da riflessione profonda… ma con un umorismo, una fantasia, una leggerezza fantastici.
Quando si legge questo libro si sta sereni. Si vola. Si sorride. E magari si fanno pure le tre di notte per finirlo.

”Forse è proprio questo, papà. Dovreste essere curiosi, molto curiosi dei vostri figli. Morire dalla curiosità di vedere come diavolo andrà a finire. Invece siete sempre così scontenti, così incontentabili. Sembra che conosciate già tutto. Non vi lasciate sorprendere. Peccato. Vi private di una grande felicità”.

Il protagonista è un universitario che studia economia, e che si sente soffocato dal sistema. Perché questa follia delle pubblicazioni a catena per farsi conoscere e riempire il curriculum? Perché le chiacchiere accademiche al solo fine di mettersi in mostra ed aumentare il prestigio? Concorre tutto ciò alla costruzione della verità, di una scienza sana che magari ci eviterà qualche devastante crisi economica?
Nel racconto tutte queste contraddizioni escono fuori, e spingono Filippo – il protagonista – a scelte estreme ma normali, con personaggi come la zia che fanno apparentemente da sfondo, ma che in realtà hanno influito enormemente con la loro presenza su Filippo.

La Mastrocola riesce ad amalgamare bene tanti ingredienti, ha una bella prosa, e dipinge personaggi che sono vicini a noi. Anzi, forse siamo proprio noi.
Ora tutto sta a capire se siamo tra i buoni o fra i cattivi. Ma il bello è proprio qui: in ”Non so niente di te” non ci sono buoni o cattivi.
Esistono solo splendidi, fantastici, normalissimi esseri umani.

Straconsigliato a tutti coloro che:

  1. sono figli
  2. hanno figli
  3. stanno per finire l’università
  4. devono decidere cosa fare nella propria vita
  5. hanno deciso cosa fare nella propria vita, ma non sono sicuri
  6. vogliono fare i pastori
  7. vogliono studiare economia
  8. vogliono sposare (hanno sposato) una svedese o norvegese

 

 

header image Di 4028mdk09 (Opera propria) [CC BY-SA 3.0], attraverso Wikimedia Commons

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Eco – la massoneria a Praga…aga…ga

Fine del lavoro: mi fiondo in macchina e mi avvio a casa. Nel cervello le sinapsi ancora si inviano mutui segnali sull’ultimo argomento che stavo trattando, un brokering system basato su cataloghi di metadati per la condivisione di servizi e dati scientifici. Gli occhi sfarfallano un po’, oggi li ho sforzati troppo.

Ma alla fine come sempre arrivo alla meta: la casa, la mia bella casina e soprattutto IL DIVANO.
So bene che l’idolatria di questo ammasso di legno, stoffe e cuscini mi costerà una permanenza prolungata nel Purgatorio. Unica consolazione, sapermi non da solo ma in compagnia di altri centinaia (migliaia?) di uomini Italiani.
Prendo l’eBook reader e scartabello un poco tra i libri ancora da leggere.
Tra i vari titoli mi salta agli occhi Il cimitero di Praga – Umberto Eco
“Bhè”, mi dico, “Eco è bravo, me lo hanno pure consigliato questo libro…”.
E mi metto a leggere.

Il-cimitero-di-praga-Umberto-EcoScopro la storia di una vita sdoppiata, uno schizofrenico che vive ed opera nel XIX secolo, Simone Simonini, professione notaio – ufficialmente – ma ufficiosamente falsificatore di documenti, che non sa più se sia lui a scrivere il diario personale o un gesuita di cui lui a volte assume le spoglie. Simonini è uno svalvolato la cui storia si intreccia con personaggi storici veramente esistiti, alcuni conosciuti da tutti come Mazzini, altri più di nicchia, come Leo Taxil.

Ma prima proseguire, voglio confessare che la colpa è mia.

Lo sapevo già. L’avevo letto quel maledetto Pendolo di Focault. Conoscevo già  le fisse di Eco, le sue perversioni storico-religiose.

E anche qui le ho ritrovate.

I libro infatti contiene una storia eccezionale, coinvolgente e ti tiene attaccato alle pagine. Il protagonista passa attraverso gli eventi principali che ruotano intorno all’unità d’Italia. Poi Eco è un bravo scrittore, lo sappiamo tutti, riesce a portarti quasi sempre alla fine del libro perché vuoi capire che succede (forse ci sono alcune eccezioni come L’isola del giorno prima, ma vabbè). Inserisce episodi storici, personaggi reali, tutto è basato su una solida ricerca bibliografica e ti obbliga a sfogliare il dizionario ogni due o tre pagine perché saltano fuori parole di cui magari non sospettavi nemmeno l’esistenza. E in effetti alcune volte non esistono perché se le è inventate lui, che è un grande neologista.

Però ha due difetti.

1. Sta troppo in fissa

In fissa con questa maledetta massoneria. Con gli intrighi, il pensare obliquo, lo spionaggio, il controspionaggio e il tradimento di tutti, le sette cattoliche, il revisionismo sui lati più oscuri della storia degli ordini religiosi, gli ebrei, il denaro, l’avidità.

Il protagonista, passando attraverso varie trasformazioni, arriva a questo obiettivo esistenziale (una fissa pure la sua) di propagare il più possibile un documento sulla congiura ebraica assemblato da lui, in cui narra di una riunione massonica di ebrei nel cimitero di Praga (da cui il titolo del libro). Mi ha ricordato la P2.

Eco mescola storie di massoneria, di ciarlatani che riciclano testi da passare a vari servizi segreti, che si rivendono menzogne riprese a loro volta da scritti basati su falsi. In un certo senso è l’operazione che effettua anche lui, partendo da fonti storiche vere, personaggi reali e architettando una storia completamente inventata in cui i personaggi compiono azioni documentate dalle cronache storiche.

Potremmo dire che è un meta-racconto.

O un racconto frattale, in cui l’operazione effettuata contiene al suo interno – zoomando un po’  – l’operazione stessa: scrive un falso storico che racconta di un personaggio che scrive falsi storici. Geniale.

Ma c’è sempre questa presenza della massoneria. Dell’intrigo.

Eco ha l’amore per il mistero basato sul falso. L’agitarsi dei popoli, dei potenti, causato da balle colossali. Energie sprecato attorno al nulla.

Questa considerazione mi porta direttamente al secondo punto.

2. Dipinge l’essere umano come nativamente gretto.

Leggendo questo libro ho avuto l’impressione di una sorta di suo feticismo per le oscurità dell’animo umano, per personaggi che cercano la vanagloria e che in definitiva hanno come unico fine quello di sopravvivere e salvare la pelle. Per la menzogna, per il tradimento, il tornaconto personale, il piacere del caos, l’obliquità di intenti e di pensiero.

Ora, poiché Eco è uno scrittore di spessore e quello che scrive è arguto e penetrante, non fuffa facilmente smaltibile dai nostri neuroni, mi chiedo che immagine di essere umano venga comunicata e metabolizzata più o meno inconsciamente da noi.

Chi è l’Uomo? Quello che rubacchia, cerca di scalare le vette della società sulle spalle dello sfigato che tanto morirà perché è nato col destino già tracciato? Il traffichino? L’omnifalsificatore che vittima delle sue stesse menzogne sdoppia la sua identità?

…mhmmm… siamo sicuri che l’Uomo sia questo?

Non concordo con chi sostiene la tesi della finzione letteraria, per cui tutto quello che si scrive è un’opera di fantasia, contestualizzata in un preciso momento della storia e che quanto si racconta sia semplicemente e innocentemente un plot che deve essere credibile. No, troppo naive. Questa visione si infrange nell’impatto con le parole scritte fra le righe, come intercalare, con i commenti messi in bocca a personaggi secondari: tutto questo esprime una visione chiara dell’Uomo.

Una visione che non mi piace.

No, caro Umberto Eco, l’essere umano che dipingi tu nei tuoi romanzi mi fa schifo. E’ una delle versioni più grette di persona che si possa immaginare.

Io non sono così.

Tu non sei così.

Noi non siamo così.

E mi incuriosisce, forse addirittura mi spaventa un po’, riflettere su dove tu attinga, all’interno del tuo animo, per tirar fuori questa mole imponente di doppiezza.
Anzi si che ti dico?
Non la voglio sapere.
Affari tuoi!

PS: preso dalla foga rischio di dimenticarmi le conclusioni e i consigli per la lettura.
Lo ritengo un bel libro. Forse fa bene sapere quello che ci si aspetta, prima di leggerlo. Ottimo per svernare durante le influenze, quando si deve riempire il tempo dedicato alla noia.
Ma non aspettatevi che faccia scendere la febbre…anzi…

 

Header image by Postdlf da w [GFDL o CC-BY-SA-3.0], attraverso Wikimedia Commons

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Maigret: commissari e guanciale

Prologo

Insomma ieri si esce, visto che qui a Roma Febbraio è diventato Giugno. Con quella bella arietta primaverile, la brezza tiepida che si tuffa sul volto, gli odori delle mimose e degli escrementi dei cani sui marciapiedi. Sembrava il paradiso, il mio corpo aveva voglia di gustarlo. Era stufo della pioggia battente dei giorni scorsi.
E quindi Testaccio ci ha visto parcheggiare, scendere, passeggiare ed infine entrare nel ”er beershop de testaccio”, dove un giovane e romanissimo adulto (leggi: quarantenne) atterrato qui a Roma dall’Olanda si è aperto questo negozietto che vende birre artigianali e scodella panini torcibudella.
Cito solo en passant il tizio della bettola, ma ci sarebbe da raccontare: originario di Ostia, va in Olanda, trova una donna Ceca (della Repubblica Ceca, cioè, non è che legge in Braille) e poi torna qui. Forse gli mancava la suddetta arietta e i suddetti escrementi canini. Chissà.
”Che panino mi consigli?” chiedo ingenuamente, dimenticandomi di tutto: del morbo di Gilbert, che prostra le mie digestioni; dell’influenza partigiana che, non paga di avermi tenuto due giorni in stato catatonico sul divano, continua le sue piccole, fastidiose rappresaglie con malesseri vari; della generale stanchezza epatica che ogni tanto mi attanaglia.
”Guarda, puoi fare anduia e cetrioli piccanti, oppure anche guanciale e carciofi ci stanno bene assieme”.
”Mah… anduia piccante mi pare esagerata, poi non la digerisco”, mi dico, ”fammi quello col guanciale” dico ad alta voce, indicando il guanciale dietro al vetro da pizzicagnolo.
La mia coscienza era pulita, giuro. Veramente non stavo pensando che forse il binomio carciofo-guanciale era più pesante del piombo.

”Va bene”, mi dice, e sparisce in un retrobottega dove sotto al suo fischio solista si sentiva un accompagnamento di sfrigolii, piastre accese, barattoli di maionese aperti.
Dopo aver confezionato la sua opera d’arte arriva sorridente, me lo consegna e mi dice ”eccolo qui, bello gonfio e zozzo – come si dice” (già, perché tu ”zozzo” non lo diresti mai, vero?).
Mi siedo con la mia tre quarti che si era presa le verdure, e lo addento con foga, gustando ogni molecola di unto, di olio, di grasso del guanciale, di carciofo alla romana bello pregno. E sopra, per dare corpo alla malta che si sarebbe creata di lì a poco nel mio stomaco, ci butto una bella birra ceca scura.

”Ah, che bella serata!”.
L’ho pensato davvero. Giuro. Proprio prima di addormentarmi.

Guanciale

E quindi eccoci qui.
Ore 2:00 AM: ho un Gremlin in pancia.
Faccio finta di niente – ovviamente – tante volte con l’indifferenza lui se ne va.
Seee… magari…
Alle 2:30 AM: si era moltiplicato. Si stava alimentando del guanciale coi carciofi, sono sicuro, e stava crescendo. Probabilmente si era già sposato, battezzato il primo figlio e adesso stava traslocando per ampliare casa in attesa del secondogenito, muovendosi dalla bocca dello stomaco verso sinistra. C’era un certo fermento in me. Una vita autonoma.
Eppure non mi sono assolutamente scoraggiato! Via quindi in cucina, un bel bicchierone d’acqua col Brioschi in grani. E per sicurezza una manciata di grani addizionali buttati giù a freddo che hanno provocato l’effervescenza direttamente nelle mie viscere.
Sì è vero, mi sono sentito un poco come Erode, stavo uccidendo la simpatica famigliola di mostri impazziti che aveva preso vita nelle mie viscere. EffervescenteBrioschi2Ma sai com’è, la legge della giungla, il darwinismo, la lotta per la sopravvivenza. In quel momento mi sembravano teorie a cui aderire con tutto me stesso.
L’effetto è stato rapido. La vita estranea è cessata.
Ma i cadaveri dei Gremlins erano ancora lì, andavano smaltiti e quella era solo una questione di tempo. Un tempo in cui sarebbe stato impossibile per me chiudere occhio.
Preso allora un cuscino aggiuntivo dal divano, lo metto sotto al guanciale (il ciscino per dormire, intendo!) mi sdraio col busto un po’ rialzato e apro il mio bel Maigret da dove lo avevo lasciato…

Commissario

Sì ci voleva proprio (e qui entriamo in quello che dovrebbe essere il vivo di questo post e che invece pare ne sia diventata la conclusione), un bel commissario Maigret. L’invenzione di George Simenon, che poverino voleva diventare famoso scrivendo ”vera letteratura”. Invece non è mai riuscito a scrollarsi di dosso il motivo del suo successo: questo commissario francese, corpulento, silenzioso ma tagliente, fumatore di pipa, che non perde mai i nervi e -soprattutto – non fallisce mai un’indagine. Il più grande commissario di Francia, osannato dai suoi colleghi.
Assassinio all’Etoile du Nord ed. Adelphi lo dipinge – in tre racconti – come un saggio, oramai alle soglie della pensione. Nel momento delicato di transizione tra la realtà produttiva e quella del tempo per sè stessi, il tempo giusto per trasferirsi nella casa di campagna sulla Loira in compagnia della moglie e dedicarsi agli hobbies: cura dell’orto, riposo, sole, passeggiate.
Già. Peccato però che non ci riesca. E non perché sia un drogato di lavoro; piuttosto, il lavoro lo insegue proprio nella sua vita privata, ritirata e nascosta dalle luci della ribalta.
In questa raccolta vengono descritti tre casi, diversi da quelli a cui era abituato: non si tratta infatti di crimini efferati, lotte fra gangs o rapine, ma di piccole tragedie quotidiane che seguono il fil rouge dell’amore e della passione. E il movente non è chiaro sin dall’inizio, nemmeno il lettore riesce ad intuirlo. Solo scavando, osservando, domandando in maniera timida e riservata- non come faceva in passato negli interrogatori estenuanti ad avanzi di galera che dopo ore ed ore cedevano – pian piano coglie quegli scampoli di umanità quasi buona, ordinaria che hanno scatenato la serie di eventi che porta al crimine.
92e4296014c7070a5c578609e9da5808_w_h_mw650_mhNon grandi vizi, avidità, rapine, cattiveria profonda e sprezzo per la vita. No, qui Maigret scopre – sarà forse per l’umanità e la saggezza che ha maturato negli anni? – il volto dell’uomo e della donna di tutti i giorni. Che odia. Che invidia un po’. Che chiacchiera. E che ama. Ama fino a perdere il controllo.
Lo stile non barocco, ma pulito e sintetico, assieme alle storie ben architettate lo rendono un libro che tiene compagnia – specialmente nelle veglie notturne causate da incaute indigestioni o da altri motivi – e a tratti quasi scalda il cuore.

Un libro da leggere con il l’animo leggero, che si gusta anche con lo stomaco pesante.
Ma in quest’ultimo caso, meglio se accompagnato da un  Brioschi…

 

 

 

HEADER IMAGE BY Rainer Zenz (Opera propria) [GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html), CC-BY-SA-3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/) o CC BY-SA 2.5-2.0-1.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.5-2.0-1.0)], attraverso Wikimedia Commons 

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3 Giudici

Slop!
Cos’è “Slop!”?
Ripetetelo un paio di volte ed – ecco, ecco – si, si, anche per voi il suono è lo stesso, giusto?
Quello del tappo che salta dalla bottiglia di Champagne. Quella che si stappa per le inaugurazioni.tappo

Bene, oggi inauguro una nuova categoria di post: recensioni di libri che ho letto. Magari solo un appunto, giusto per raccontare com’è stata la lettura. Utilizzerò un format semplice (argomento, giudizio, consigli) per capire rapidamente di cosa si tratta.
Non sono un critico letterario quindi – ovvio – mi prendo il permesso di sbagliare e di dire boiate.
Ahh.. che bello, l’ho scritto… “mi prendo il permesso di sbagliare”. Mi sento più libero.

Bhè, ciancio alle bande. Ecco la recensione

giudiciDi che parla?

Scritto a sei mani e tre teste, è una raccolta di tre racconti polizieschi in cui i protagonisti sono Giudici.

Camilleri dipinge la figura di un giudice la cui onestà e metodicità esasperanti, coniugate ad una dose massiccia di ingenuità ed ottimismo, lo portano a soffocare quasi inconsapevolmente la “fratellanza”. Interessante davvero il personaggio di questo Giudice Surra.

Carlo Lucarelli ci narra invece di un giudice molto giovane, appena laureata, che si ritrova davvero in un gran guaio. I ruoli del malavitoso e del giudice per qualche tempo si lambiscono, forse si mescolano, tanto da far esclamare a Sanna, un ‘malvivente in pensione’ che si trova a darle una strana clandestina ospitalità, “Si, la legge è una ragazzina in pigiama”. Dove la condurranno la pertinacia e l’ostinazione giovanile? Non lontanissimo forse, ma almeno a dimostrare ai malavitosi che “non possono fare quello che vogliono sopra la nostra testa e dietro la nostra schiena, come se fossimo dei burattini che si possono gettare via”.

De Cataldo infine, ci regala un racconto dal sapore davvero “romano”: politica, confronto, vincenti e perdenti, malinconia. Sembrano gli ingredienti di un film di Sordi o Verdone, che mescolati producono il solito sorriso amaro, sebbene la narrazione non si svolga in centritalia ma nel nord. Eppure in questo scenario in cui si ha la sensazione -fino alla fine – che “tanto sono i soldi e il potere che contano”, proprio alla fine qualcosa forse cambierà.

Non si possono definire racconti brevi, ma ognuno occupa lo spazio di, più o meno, trenta pagine. 
Il racconto di Camilleri si distingue soprattutto per l’uso della lingua: il Siciliano Camilleresco a cui ci ha abituati. Gli altri sono scritti in Italiano e vanno giù bene. Forse le trama di quello di De Cataldo potrebbe risultare un poco complessa ad alcuni. Un libro carino. Camilleri a parte, gli altri ci inseriscono in una dimensione più moderna di giallo.

In generale, risulta gradevole da leggere, ma non aspettatevi la grande letteratura del terzo millennio. Si legge in poche ore, per godere del tempo libero e svagarsi.

Consigliato a tutti coloro che – in aereoporto come sulla poltrona più comoda di casa – vogliono tuffarsi col pensiero in intrighi delittuosi senza spremersi troppo le meningi.
Se fossimo ad Agosto, direi che è una lettura da ombrellone.

 

 

 

header image by Associazione Amici di Piero Chiara  con licenza Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0) presa da qui https://www.flickr.com/photos/premiochiara/4578950054

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