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Prove di Islandismo

Coronavirus a Roma: la città in questi giorni mi ricorda molto un viaggio in Islanda che feci anni fa.

Il silenzio. La prima cosa che ricordo è il silenzio che si sentiva andando in giro per Reykjavik. Anche Roma adesso gode di una insolita quiete. Chi esce in balcone non sente più il continuo smarmittare delle macchine di passaggio. Le televisioni, vai a capire perché, sono a volume più basso e non le sento strillare dalle finestre. La piscina qui vicino è chiusa, non fa lezioni di acqua-zumba fino alle 22.

E poi la sera, ah, la sera, il rumore è quasi impercettibile. Mi riferisco al costante brusio di sottofondo di decine, centinaia, migliaia di motori intenti roteare per le più disparate ragioni: condizionare la nostra aria, raffreddare frigoriferi che conservano sushi abbattuto, tenere accesi gruppi di continuità che alimentano luci di pub, palchi, bancarelle.

L’Islanda, soprattutto fuori dalla capitale, mi sembrava un posto pieno di solitudine. E invece ecco spuntare, ad uno sguardo attento, persone in movimento, che si dirigevano quietamente chissà dove. Non si assembravano, non facevano massa. Mi ricorda Roma in questi giorni di desolazione, con un popolo che invece di salutarsi cordialmente, clacsonarsi con rabbia, urlarsi frasi di scherno seguite da qualche mugugno o imprecazione, adesso si evita. Il romano ora cambia marciapiede per non incrociarti. Ti parla, ma a distanza e non ricama più sui contenuti colorandoli di racconti o battute: trasmette informazioni. Stop.

Mi raccontava una collega che l’Islandese medio dà di matto quando c’è traffico. Il problema è la definizione di traffico: un incolonnamento di 4 macchine è già considerato tale. La gente è abituata ad uno spazio vitale ampio e l’ammassarsi di corpi o delle loro automobilistiche estensioni, il sovrapporsi di obiettivi, intenzioni e direzioni diverse viene percepito come una invasione. La gente sclera con cinque macchine in coda.

Dulcis in fundo, la natura. Siamo immersi in scampoli di natura di cui raramente ci rendiamo conto. Tra un palazzo e l’altro si verificano incontri, assemblee, riunioni, conclavi e assembramenti di uccelli di specie diverse. Alle undici di mattina, in pieno smart working, mi sono stupito di sentire un così vario piacevole cantericcio. Tortora, passero, pappagallo, cornacchia, gabbiano, piccione: si danno tutti un gran daffare, cantano, gracchiano, cinguettano e tubano in competizione uno con l’altro. Mi chiedo dove dormano la notte, forse nascosti in anfratti segreti dei nostri palazzi o in invisibili buchi sugli alberi.

Ancora non abbiamo geyser, vulcani, cascate e vette innevate. Non credo si manifesteranno a breve. Rimarremo coi palazzi, i ferramenta, gli alimentari e i supermercati ai piani terra di palazzoni: in cortina, grigio cemento, o più rifiniti e storici come nelle vie del centro.

Ma con il silenzio, e la quiete. E un vuoto.

Un vuoto che all’improvviso ci è piombato addosso e che sembra quasi mi lasci più spazio per vivere.

Credits: Header photo di nextvoyage da Pixabay

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