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Come sgominare i parassiti statali

Sono recentemente tornato da Edimburgo, città che oltre ad essere piovosa e pittoresca, ha ospitato una conferenza sui Virtual Research Environments, argomento oscuro ai più e soprattutto impossibile da spiegare a nonna quando mi chiede «Ma di che parlate quando fate queste riunioni?». Ora, quando dico «nonna» non fate l’errore di immaginare una novantacinquenne mansueta e rimbambita. Lei è semplicemente la punta di diamante di una generazione che ha attraversato – rinforzandosi – una guerra, il sessantotto, il boom economico, canale cinque, Mike Buongiorno, le soap opera e Young Signorino: è sveglia, ha sempre la risposta pronta, impossibile da ingannare, abile nel raggirare, arduo piegarla alla propria volontà. In pratica un caterpillar. E’ su questi soggetti che dovrebbero fare i film. Robocop e i supereroi della Marvel a confronto sembrano verginelle alla prima notte di nozze.

Sebbene io mi pregi di discendere da sì coriacei antenati, devo avere una qualche interna debolezza e dare ricetto ad un peccato originale di cui sono inconsapevole ospite. Lo stato Italiano mi considera infatti con diffidenza, come un potenziale perpetratore di reiterati peculati a suo danno e ai danni delle tasche dei contribuenti. Pertanto, con una paterna cura, mette in atto tutte le strategie per evitare che io cada in tentazione e che assuma il triste status di parassita statale. Giusto. Ben fatto.

Ne ho avuto conferma anche questa volta, quando tornato da Edimburgo faccio la cosiddetta «chiusura di Missione», vale a dire la conclusione delle pratiche per ricevere il rimborso dei soldi anticipati di tasca mia. E’ l’ultimo passo di una complessa procedura a prova di ladro, che include molti passaggi. Eliminando quelli più noiosi e espungendo i dettagli per gli addetti ai lavori, posso riassumere l’iter come segue:

a) Recupero del modulo di missione: si tratta di ottenere il modulo da compilare per avere il permesso di andare in missione. Attenzione però, ne esiste uno diverso per ogni sezione dell’ente ed il modulo non è relativo alla sezione a cui si afferisce, ma a quella che gestisce i fondi che finanziano la propria missione. E’ strano e un po’ complesso, ci ho messo anni per capirlo, ma fa niente, tempo ne ho: sono statale. I moduli si trovano su una area virtuale interna, la intranet, a cui per fortuna si accede con un indirizzo facile da ricordare, tipo http://intranet.sede.questoente.it/?q=node/88/index.php. Poi da questa pagina si può comodamente navigare seguendo un centinaio di link verso quella della modulistica della propria sezione, dove tra una lista di quaranta diversi moduli ordinati aleatoriamente e riconoscibili da sigle familiari a tutti (e.g. «Modulo E/intranet – richiesta acquisto beni inventariabili»), si seleziona quello di missione. Ah, no, dimenticavo. Di moduli in realtà ce ne sono tre: missione in Italia, missione all’estero, richiesta di straordinario in missione, di cui posso avere sia il file word da modificare che il pdf non editabile. Quest’ultimo dedicato agli ingenui che amano stampare il foglio e compilarlo a penna blu, di solito uscendo fuori dagli spazi disponibili delimitati da insufficienti righe nere, con conseguente rigetto della pratica. Pivelli. (Questo per altro comprova la teoria secondo cui è stato il SISDE a commissionare l’invenzione del pdf ad una setta satanica formata da ex impiegati dell’INPS).

Ovviamente tutti i moduli contengono le stesse informazioni, ma differiscono per elementi fondamentali che ne rendono invalida la presentazione, quali logo della sezione e dimensione del carattere delle note a piè pagina.
Ammetto pubblicamente di aver fatto il furbetto e dopo le prime quindici missioni, stufo di spendere dieci minuti alla ricerca del modulo giusto, ho salvato il file sul computer. Sbagliato. I moduli infatti cambiano di tanto in tanto – potrebbe essere una volta ogni dieci anni oppure una volta a settimana – e la copia salvata e compilata con fatica era diventata obsoleta. Ho dovuto ricominciare da capo. Pazienza, ho tempo, poiché come tutti sanno gli statali non fanno praticamente nulla ed è quindi giusto che il poco lavoro loro assegnato sia lungo, tedioso e tracciabile ripercorrendo lunghe trafile burocratiche attestate da pezzi di carta timbrati e archiviati in faldoni di cartone legati da fettucce di cotone, e normalmente seppelliti nei dungeon dell’ente, fosse mai passasse un controllo. E che cavolo. Almeno fanno qualcosa ‘sti statali!

b) Compilazione del modulo di missione. Questa fase è complicata, il modulo ha diverse parti da riempire con dichiarazioni e richieste da mettere nero su bianco (e.g. «richiesta preventiva secondo quanto previsto dal D. M. MAE del 23/3/2011, pubblicato su G.U. n. 132 del 9/6/2011 relativa alle modalità di liquidazione della missione»). Ma di questo non mi lamento. Ricordo bene infatti quando a tredici anni andai con mio padre all’ufficio postale e lui mi insegnò a compilare un bollettino di pagamento su C/C. Mi sembrava difficile e inumano, poi ho capito come funzionava e mi sono abituato. E’ un momento che ricordo con affetto ma che di fatto è stata la prima dose di burocrazia a cui mi sono in seguito assuefatto. Peccato, l’abitudine a queste vessazioni amministrative mi ha derubato della sensazione di stupore che provano il bambino, il ricercatore e lo psichiatra di fronte alla complessa perversione della mente umana.

c) Consegna del modulo di missione. Quando, provenendo da altro ente di ricerca, iniziai questa nuova carriera, mi resi subito conto della complessità dei passi precedenti, ma confidavo nel fatto che una volta ottenuto e compilato il modulo, la strada fosse in discesa. Fui richiamato duramente alla realtà quando mi resi conto che il modulo aveva bisogno di: firma del direttore di sezione, firma del responsabile dei fondi e approvazione preventiva della spesa da parte delle segreterie competenti. Come tutti sanno, i fogli di carta non hanno le gambe. Ciò implica che la pratica, inclusa di diritto nell’insieme dei fogli di carta, deve essere accompagnata da me presso i vari uffici dove posso raccogliere le preziose firme e autorizzazioni. Non che una volta arrivato nell’ufficio io possa ottenere seduta stante una firma, sia ben chiaro. A seconda dei casi, devo interloquire con una segretaria, oppure lasciare la pratica per recuperarla il giorno dopo, oppure aspettare un po’ che qualcosa dietro la porta accada per poi comunque lasciare la pratica e ritirarla il giorno dopo. Certo è un po’ uno spreco di tempo, ma questo è giusto e io non devo osare lamentarmi, perché da impiegato statale non ho cose particolari da fare, a parte la coordinazione di un gruppo di lavoro internazionale per lo sviluppo di una infrastruttura innovativa per la condivisione dei dati delle scienze della terra, cosa che evidentemente posso fare nei ritagli di tempo durante il trasporto di pratiche tra un ufficio e l’altro.

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c.1) Casi particolari: non posso omettere, e lo dico chiaro e per esteso (tanto come ministeriale ho tutto il tempo che voglio per scrivere nel dettaglio cose che potrei sintetizzare in due righe se non – il più delle volte – in una parola o addirittura una sillaba come «si» o «mah»), che ci sono casi particolari in cui gli statali fanno anche volontariato. Ciò non include le classiche attività con disabili o vecchietti (categorie la cui mansuetudine e benevolenza è sovrastimata da chi non li frequenta) bensì il fare del bene ai propri colleghi e all’ente senza ricevere riconoscimenti aggiuntivi, come è capitato nella mia sezione dove un dipendente a me ignoto – questa sì è vera umiltà! – ha informatizzato l’iter burocratico per le missioni di concerto con il direttore di sezione. Sono fortunato: risparmio i dieci minuti per la ricerca del modulo e la mezza giornata per la caccia alle firme.
Peccato che la procedura informatizzata è praticabile solo quando i fondi sono ospitati dalla sezione a cui si afferisce, e questo non è quasi mai il mio caso. Pazienza, continuerò a fare i miei giri. Ho tempo.

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d) La missione, finalmente. Il momento effettivo della missione è quello dove giustamente lo stato vigila più attentamente col suo paterno sguardo. E fa bene. Pensate quanti reati e peccati mi sono risparmiato! Infatti una fitta serie di regole tenta di tagliare alla radice ogni possibilità di frodare o ingrassarsi alle spalle dei contribuenti. Si vive quindi la missione con ansia, col pensiero costante di tenere tutti gli scontrini per il «rimborso a piè di lista», anziché con la libertà d’animo di chi deve concentrarsi su temi complessi, discussi in conferenze internazionali in una lingua diversa dalla propria (normalmente inglese), nel confronto con cervelloni provenienti da tutto il mondo.
Al momento della cena, bisogna dare fondo a tutte le proprie capacità comunicative e linguistiche nello spiegare ai ristoratori di tutta Europa che si ha bisogno di uno scontrino a testa quando si va a cena in dieci, altrimenti le segreterie dell’ente potrebbero storcere il naso e annullare il rimborso. Bisogna sostenere con imbarazzo lo sguardo dei colleghi stranieri che ricevendo un abbondante forfait giornaliero e non sentendosi castrati nell’agire da regole asfissianti, mi guardano con stupore. Alcuni forse con pena o solidarietà.
Ci si deve inoltre ricordare che si possono spendere al massimo circa sessanta euro al giorno totali per i due pasti. Questo se si è ricercatori. I tecnici possono invece arrivare sino a quaranta euro. Va da sé che per le trasferte in Danimarca o Norvegia i tecnici hanno tre opzioni: 1) fanno solo colazione prendendo cappuccino e cornetto a trenta euro. Con i dieci restanti si comprano le mentine; 2) digiunano tutto il giorno e a cena prendono una birra, un cous cous alle verdure – cavoli o melanzane importate dall’Italia – e un dolce (vanno forti le cheesecake indigeribili); 3) mettono in valigia pane, marmellata e scatolette di sgombro per la cena, e coi quaranta euro fanno una colazione completa anche con succo d’arancia.

Tornati a casa, i potenziali parassiti statali arrivano il Lunedì mattina in ufficio con buste piene di scontrini, carte di imbarco, fatture di hotel e biglietti di autobus pronti a dimostrare le spese sostenute e a chiudere finalmente la missione. Inizialmente trovavo questo passaggio ostico. Forse il più difficile della catena. Questo accadeva perché, accecato dalla mia brama pretendevo di rientrare completamente delle spese e – ancor peggio – con i sensi obnubilati dalla supponenza volevo capire il senso degli infiniti passaggi e categorizzazioni che ero e sono tuttora obbligato a fare. Per fortuna ho compreso le due chiavi per uscire psicologicamente incolume da questo procedimento.

La prima, è dimenticare la propria natura di esseri umani e convincersi di essere degli automi. Entrato in questa disposizione d’animo mi sono sorpreso a vedere me stesso, sereno, raccogliere e categorizzare ricevute, copiare a mano da un foglio all’altro le somme spese, spillare scontrini uno per uno evidenziando date, cercare e allegare carte d’imbarco, sommare il totale dei biglietti di autobus obliterati, ricordarmi assieme ai colleghi le vivande e le bevande consumate pro-capite defalcandole dall’unico scontrino di quella sera in cui, ahimè, non siamo riusciti a comunicare al cameriere che volevamo undici fatture separate.

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La seconda chiave, è stata la scoperta di un foglio speciale, preziosissimo. Si chiama «relazione di missione» ed è il luogo dove posso autocertificare sotto mia propria responsabilità tutto ciò che il solerte burocrate, guidato dalla saggia mano del legislatore, non è stato in grado di prevedere. L’ho usato ad esempio l’ultima volta quando alle ore 23.00 dovevamo tornare in albergo dopo una cena a base di britannica materia grassa, non ricordo se stinco di porco, burro fritto o altro. In teoria avremmo dovuto prendere l’autobus, poiché la dispendiosa tentazione di prendere il taxi avrebbe potuto far gonfiare il nostro orgoglio (va giustamente evitata a tutti i costi: il taxi è solo per casi eccezionali, prescrive la regola), anche in Inghilterra dove ha prezzi ridicoli e preso da tre o più persone è certamente conveniente. Nella realtà eravamo stravolti dopo un giorno di viaggio e ore di conferenza, quindi dopo un rapido check-in in albergo ci siamo fiondati a cena prima che tutto chiudesse. Le ultime forze le ho allora spese per prenotare con lo smartphone un taxi di Uber, con spesa complessiva 7,46 pounds. Mi ha salvato la relazione di missione dove ho dichiarato che «a causa di dissesti nella strade adiacenti il tragitto dall’hotel al ristorante, che hanno determinato una limitazione delle corse degli autobus durante la giornata ed una loro completa soppressione a partire dalle ore 9.00PM GMT, il sottoscritto si è trovato costretto ad utilizzare un taxi per una spesa complessiva di pounds 7,46». Credo che nelle segreteria si stiano insospettendo, poiché nelle ore serali le strade erano dissestate anche nelle mie missioni ad Amsterdam, Utrecht, Bergen e Canicattì. Ma sono in una botte di ferro, sia perché ho auto-certificato, sia perché una delle segretarie è di Canicattì e si lamenta sempre delle buche e dei disservizi dei mezzi pubblici di questa metropoli.

Proprio ieri, in uno dei tanti momenti in cui da ministeriale quale sono non avevo nulla da fare (a parte rispondere alle 92 mail ricevute in giornata, scrivere due abstract, concludere due deliverables, coordinarmi con il collega tedesco per la conversione dei metadati di nove comunità per un totale di una decina di Terabyte di dati incomprensibili, fare un paio di teleconference per gestire la creazione delle WEB APIs, rispondere alla consultazione online sui principi FAIR indetta dello European Open Science Cloud, proseguire con l’articolo in sospeso e altri compiti assolutamente secondari) riflettevo sulla amorevole cura che il legislatore ha per la mia anima, e mi sono commosso. Ero scosso nel profondo. Nient’altro che un amore paterno e spassionato nei miei confronti può spingerlo a spendere tante energie per evitare anche la più remota possibilità che io rubi.

Facendo infatti una media tra i paesi del sud e del nord Europa, in missione spenderò giornalmente 50 euro per i pasti e altri 20 per bus o taxi (quando il mio animo verte al Male e allo sperpero). Includendo spese di andata e ritorno dall’aeroporto di partenza e di arrivo, arriverò a spanne ad una spesa di 80 euro giornalieri. Esageriamo, facciamo 85!

Ecco, la nostra sopravvivenza in trasferta costa giornalmente 85 euro allo stato. Che poi non li spende lo stato ma l’Europa, perché sono fondi Europei. Ma fa lo stesso. Esso giustamente vigila perché io non dichiari spese eccessive che arrivino, chessò io, a 100 euro al giorno, che poi è la cifra forfettaria che i miei colleghi Olandesi percepiscono senza dover compilare alcun modulo. Ma no, no. Non ci voglio nemmeno pensare e anzi sono contento che ci sia una affidabile autorità che si periti di verificare nel dettaglio la spesa dichiarata, anziché rischiare di spendere un solo euro in più che magari va in tasca ad un parassita statale! In questo modo ho la coscienza pulita e il tetro albero della disobbedienza al settimo comandamento stende la sua ombra lontano da me.

Purtroppo come è noto, il Male sussurra sempre all’orecchio delle anime pure come la mia, che non rubo quando vado in missione. E seguendo il nefasto ragionare, ho cominciato a domandarmi quanto questi incommensurabili frutti spirituali costino allo Stato.

Ho fatto due conti ed ho quindi realizzato che la mia paga oraria netta è di circa 11 euro/ora (lauree, dottorati e specializzazioni hanno sempre garantito, si sa, ricchezza e lusso). Ho poi scoperto che seguendo la procedura di missione completa impiego: dieci minuti per il recupero del modulo di missione, venti per la sua compilazione, un’ora e mezzo per la consegna e la collezione delle firme, due ore per la chiusura. Fanno circa quattro ore, equivalenti più o meno a 44 euro.

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Sfortunatamente non sono il solo a lavorare sulla mia missione. Ci sono anche: le segretarie, che per i casi ordinari impiegano un’ora per controllare scontrini e verificare che la somma da impegnare sia disponibile, con un costo totale a carico dello stato di circa 10 euro; il direttore di sezione, che mediamente spende i suoi buoni venti minuti tra leggere, apporre firme e dirimere le frequenti controversie, con un costo totale stimato di 5 euro; il responsabile dei fondi che deve considerare se la missione è giustificata e apporre riflettendo la sua firma, ma lui ci mette solo dieci minuti: 3 euro. Aggiungo a questo computo anche un indicatore speciale che chiamo attention span factor, vale a dire il tempo bruciato per seguire la missione: le operazioni che effettuo per completare l’iter burocratico, infatti, anziché essere consecutive e condensate in un unico lasso temporale sono sparse qua e là nella giornata, e mi obbligano da una parte a interrompere le secondarie mansioni di cui sono responsabile (per esempio contribuire alla scrittura di un progetto da 6 milioni di euro che garantirà fondi per lo stipendio mio e dei miei colleghi precari), dall’altra a riportare l’attenzione agli importanti task burocratici e capire a che punto ero arrivato nell’iter. Tenendomi stretto, posso quantificare l’attention span factor in circa un’ora e mezza per missione. Costo totale approssimato: 16 euro.

Quale commozione, quale sorpresa, quale sensazione di tepore interiore, quando mi accorgo che lo stato per sgominare il potenziale parassita che alberga in me spende quasi 80 euro per ogni missione!

Solo l’orecchio pertinace nell’ascolto del malevolo sussurro potrebbe congetturare che invece di buttare 80 euro in burocrazia facilmente aggirabile da auto-certificazioni, richiesta di scontrini pompati ai ristoratori, auto-compilazione di ricevute che i tassinari forniscono in bianco, si potrebbe dare un forfettario di 100 euro giornalieri e chiuderla lì. Per altro usando gli strumenti base della matematica si può verificare che per missioni inferiori o uguali a quattro giorni (che sono la maggior parte), per le casse dello stato sarebbe più conveniente erogare una diaria forfait di 100 euro anziché continuare a sostenere il corrente folle iter per il rimborso documentato. Senza contare che almeno cinque persone sarebbero sollevate da compiti da scimmia e forse sarebbero meno frustrate.

Ma non sarò certo io a cadere nel diabolico tranello teso da queste elucubrazioni vuote e surrettizie! Anzi, mi ritengo proprio fortunato, io, e le mie giornate adesso sono sempre piene di effervescenti attività: le missioni mi danno un bel da fare e il ricordo di questo paterno, benevolo affetto da parte dell’autoritario e anonimo governatore, rende felici e densi anche quei momenti vuoti in cui io, impiegato statale nella ricerca, altrimenti non saprei cosa fare.

Nota 1: tutte le foto, a parte quella con il mazzo di soldi, ritraggono parassiti statali all’opera. Come si vede, coi soldi che gli diamo noi si fanno le vacanze gratis e indugiano in divertimenti immorali.

Nota 2: Vorrei esprimere un ringraziamento (postumo purtroppo) ad Umberto Eco e al suo libro “Come viaggiare con un salmone”, a cui questo post è ispirato.

Header Photo by jesse orrico on Unsplash

Comments (2)

  1. Lele says:

    Caro impiegato statale, tu avrai pure il tempo di scrivere tutte queste righe mentre io ti pago lo stipendio e i contributi della pensione (se mai la vedrai), ma io non ho il tempo di leggere la tua sbrodolata di parole. La prossima volta aggiungi un So’mmario anche se non ti chiami Mario. Mi sembra di leggere tra le righe, mentre le scansiono con il cerca verticale, una certa velleità di riformismo della scartoffiocrazia ministeriale che affligge la tua quotidianità. A che pro se posso chiederti? Forse non ti sovviene che tu hai un ruolo ben preciso nella società? Tu rappresenti il termine di confronto (Benc Marc dicono gli inglesi) di infima produttività. Quando io, afflitto dalla burocrazia messa in piedi nella multinazionale dove lavoro, sacramento per fare una qualsivoglia richiesta, penso a te e mi consolo: “Vabbè Benc Marc in fondo sta peggio di me…” Se tu fossi più efficiente, io diventerei l’esempio di infima produttività e onestamente non è una bella prospettiva. Inoltre vorrei farti notare che la Semplificazione delle procedure pubbliche è una iattura: se tutto fosse facilmente raggiungibile, tracciabile, trasparente, allora addio favoritismi e nepotismi! E chi mi toglie la multa? E chi mi approva l’abuso edilizio? Tu, Benc Marc? Allora fammi il favore, torna a compilare scartoffie e chiudi ‘sto bloggo. E continua ad anticipare le spese dei tuoi viaggi e convegni. Il controllo non è su di te, ma è per rassicurare tutti che tu sei e rimarrai sempre Benc Marc, così io, nei momenti bui lavorativi, mi sentirò meglio e meno solo.

    1. danielebailo says:

      Carissimo
      grazie perché hai dato una prospettiva diversa alle mie burocratiche frustrazioni. Non avevo mai pensato che in effetti potessero giovare al bene comune, e che essendo io il Benc Marc, devo – giustamente – stare sotto. Anzi, con la testa sotto i suoi piedi [cit. indovinala].
      Noto peraltro con piacere che la fede nella burocrazia non è una prerogativa della setta degli statali di cui faccio parte. Si estende alla setta delle multinazionali a cui tu appartieni. E se ci penso bene, secondo me è diffusa anche in altre sette o logge massoniche: penso ai Rosacroce, alla P2, al circolo bocciofilo di Magliana (quello dietro ar canaro), al dipartimento affari loschi (douteuses affairs, anche se guggle lo traduce offres douteuses, che è leggermente più porno) del parlamento europeo…
      E allora la verità è che dovrebbero fare una super setta. Vale a dire un setta che contiene le sette (anche le otto) che si sono consacrate alla burocrazia.
      Le chiamerei la setta delle burocrasette.
      Per i minori di 36 mesi le burocrasettete.

      Ora vado, oggi sto indietro con la compilazione dei moduli.

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