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Il più grande uomo scimmia del pleistocene

Fa strano immaginarsi diluvi universali, lotte con le fiere e scalate di vulcani alla ricerca del fuoco, mentre si sta sbragati su uno scoglio a respirare l’odore di mare pulito, girati sul fianco con l’avambraccio sotto l’orecchio, a nascondere il volto dall’abbagliante riverbero del sole.
Ma leggendo Roy Lewis è praticamente inevitabile.
Questa estate, ingurgitato dal libro e proiettato in questa dimensione parallela, con la manopola del tempo girata indietro di alcuni milioni di anni, ho spiato da vicino le vicende di Ernest e la sua famiglia. Sorridevo agli episodi assurdi che li coinvolgevano, mi rattristavo con loro per le difficoltà, mi gasavo quando, scoperto il fuoco, sono riusciti a conquistare le caverne e tenere a bada bestie più grandi di loro.
Ma soprattutto ho unito tanti puntini. Tante di quelle che un approccio post-ideologico mi ha suggerito – nel passato – essere “sovrastrutture borghesi” o “invenzioni del clero per mantenere il potere” si sono rivelate null’altro che tappe naturali nella storia dell’evoluzione umana. Mi vengono in mente ad esempio la nascita dei miti, Adamo, Eva, il diluvio universale, l’Eden. Oppure la struttura delle società e i vari ruoli nella tribù – vale a dire il futuro stato. O ancora, l’amore. Oh si, l’amore, quello vero, il sesso senza pornografia, senza le sovrastrutture e anche un po’ inconsapevole.
Infine una nota personale: la lettura in parallelo di questo libro e “Homo Comfort” di S. Boni ha generato un’alchimia interessante. Mentre il primo canta odi all’evoluzione e alle conquiste – soprattutto tecnologiche – dell’uomo, il secondo la mette seriamente in discussione puntando il dito sull’onnipresenza tecnologica. Leggendo quest’ultimo mi ero un po’ depresso.
Per fortuna c’era l’uomo scimmia del pleistocene a tirarmi su: una pietra miliare, uno di quei libri da leggere una volta nella vita.

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