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Italia – España connection

This post is just an homage to my new Spanish friends.
The story is pretty simple.

I’ve found myself in Brussels because of my job, as it often happens. This time it was for one day only, so I got to Brussels the evening before the meeting, and I was around, alone.
I then went for a beer (at the wonderful Delirium Café ) were I stumbled upon 3 Spanish people.
You know, it was quite simple to get in touch with them. We – the Italians – and the Spanishes don’t have any particular probelm in gettin in touch with others and talk (on the contrary, often the problem is to make us stop talking… but that’s another story…).
So, to make the long story short, the three Spanishes were part of a bigger group, coming mainly from Madrid and Extremadura (Merida). A group of friends who – once each year – take some days off in the Carnival period and go to one European city. Wonderful! Simply wonderful. I could practice my Spanish (which is not dead actually, even though the real mystery remains: where the heck did I learn Spanish? I can’t remember… but it doesn’t matter…). In the end we had a dinner together, and they were so nice that they even offered the dinner.
Great!

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My friends, you definitiely deserve a special hospitality in Rome. Please come soon!

PS: Special greetings to Manolo and Manola!!

UPDATE PPS: as evidenced by Nice, I maybe learnt Spanish in Escobar del Campos (joder!).

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Le donne di Lisbona hanno bei polpacci…

…ma anche gli uomini, i bambini, gli anziani… insomma tutti, anche noi (io e Lucignolo, il mio cicerone di fiducia nelle trasferte estere).

Ora la domanda è: perché tutte questa speciale attenzione al polpaccio sebinonelico?
E’ una caratteristica dei portoghesi? (bho… forse)
E’ semplicemente una mia fissa? (si lo è, ma questo è un altro discorso)
E’ la moda dell’anno? (non mi pare)

La risposta è che l’attenzione a questa parte del corpo affonda le sue radici in una esperienza inizialmente straziante: immaginate di arrivare la mattina dall’aeroporto, coi mezzi pubblici, armati trolley (eh…sono finiti i bei tempi dello zaino da inter-railer) e di scoprire che la strada dal tram all’alloggio si sviluppa in direzione quasi verticale. Sulle prime sembra uno stradello in salita pieno di sanpietrini, poi ci si rende conto che il sanpietrino – già giurato nemico del trolley che per non sganganare le rotelle deve essere caricato sulle spalle – si esaurisce gradualmente in una serie illimitata di gradini.

Gradini. Scale. Corrimano. Cordoli di marmo. E ancora altri gradini.
Scalette. Rialzi. Curvette. Sanpietrini. Rientri. Sbalzi. Gradinate. Scalinate.

La strada verso casa si sviluppa attraverso quegli angusti e caratteristici vicoli che affiancano case piastrellate di maioliche, porte che si aprono su edifici instabili, piazzette con ‘locals’ al bivacco. E mentre il fiatone mi rende cianotico cerco di ammirare questo bundle di bellezza.

Arrivato sulla soglia dell’alloggio abbandono pesantemente la valigia sul terreno sanpietrinoso e mentre mi appoggio allo stipite del portone per riprendere fiato e lasciare che il sangue defluisca nuovamente verso le gambe per irrorare i polpacci, il mio collega mi informa che siamo al terzo piano.
Senza ascensore ovviamente.

Rassegnato alla mia sorte, pronto ad installare un pace maker una volta rientrato a Roma, mi avvio per l’ultimo brano della mia ascesa, giurando di non muovermi più per altre 48 ore.

…E infatti nemmeno un’ora dopo – tempo di una doccia – rieccoci fuori a battere inesorabilmente le strade di Lisbona, evitando come la peste i luoghi ingolfati da turisti.

 

Chilometri a piedi su e giù per le scale di Lisbona, miglia a promenarsi along infinite alleys, per tutti i cinque giorni di trasferta. Sempre trasportandosi il peso della fatica della giornata di lavoro sulle spalle, manco fosse l’Armadillo di Zerocalcare.
Visto che il tempo a mia disposizione si sta esaurendo, indico solo due posti davvero carini e allego un po’ di foto delle sante scale lisboniche.

1. Il cinese illegale

IMG_20150522_223423Un posto che ti chiedi: come hanno fatto a pensarci? Come gli è venuto in mente?
Si tratta di una casa normalissima, in cui i muri sono stati buttati giù per fare spazio… ad un ristorante cinese. Tutto ovviamente illegale: si entra da un normale portone, si salgono le scale, si arriva nella sala coi tavolini. Un posto fuori dal mondo, con cibo buono. Ma il cinese è sempre cinese, e la notte er fritto s’è fatto sentì!
Ecco un post carino che indica come arrivarci

2. Chapito a Mesa

IMG_20150521_001206Vabbè, qui si tratta un grande classico: il pubbetto che fa anche cene, un posto carino… ma aspetta. Da dove si entra?
Si tratta in realtà di un centro culturale in cui si fanno spettacoli e performances artistiche. I prezzi sono buoni, il luogo caratteristico… e poi insomma, ve lo googlate e ne parlano in tanti, senza che mi ripeto 🙂

Bene mi pare tutto e posso anche salutarvi.

 

A proposito: alla fine della trasferta i polpacci mi si sono rivitalizzati, zompavo grillescamente su e giù per le scalinate, il fiato si era fatto più lungo e i polmoni avevano riacquisito la loro originale capacità volumetrica.
Bell’allenamento, ‘ste scale.

 

 


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Sussurri nel buio..

La storia bella e drammatica di Chet Baker, da leggere tutta d’un fiato a questo link:
http://wp.me/p4tGfZ-6j

header image by Di Michiel Hendryckx (Opera propria) [CC BY-SA 3.0], attraverso Wikimedia Commons


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Chuck Mangione – feels so good

Chuck Mangione mi emoziona.
Il primo impatto – da bifolco, lo ammetto – è stato il pensiero: ma che nome ha? Si tratta forse di un  don Ciack Castoro bulimico?
Poi quando ho sentito questo famosissimo pezzo Feels So Good mi sono immediatamente ricreduto, son rimasto a bocca aperta. Lui soffia dentro a quel flicorno e tira fuori melodie tutto sommato semplici ma bellissime…

Visto che vanno tanto di moda “i 10 motivi”, “le 4 cose”, “le 77 boiate”… ecc. Ecco un elenco di 10 ragioni per cui questo pezzo è una bomba:

  1. Il Flicorno è eccezionale
  2. Chuck è polistrumentista (suona anche il piano), un vero musicista
  3. Rob Mathes, il chitarrista, è una macchina assassina, suona  il piano e canta
  4. I musicisiti sono tutti giovani, ma il pezzo ha una sua incredibile maturità
  5. Mi accarezza l’anima, mi mette allegria
  6. Il tema principale si pianta in testa e non se ne va
  7. L’assolo di chitarra è stratosferico (
  8. Il groove, porca vacca, il groove è eccezionale
  9. I capelli anni 80
  10. la pappagorgia di Rob Mathes

E con questo passo e chiudo, non prima di lasciarvi il link alla sua bio.

Buon ascolto!

 

 

 

header image By Photograph: Yamaha Corporation; edit: Crisco 1492 – Derived from File:Yamaha Flugelhorn YFH-8310Z.tif, CC BY-SA 4.0, Link

chuck mangioneflicornojazzmusicaordinariabellezza


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Divergent – fuori dagli schemi

E’ facile definire le persone in maniera chiara: lui è un bravo padre, quello fa il pompiere, l’altro è uno svitato, la signora del piano di sotto è divorziata, al palazzo di fronte c’è l’avvocato.

Che bello. Siamo tutti tranquilli. Sappiamo chi sono le persone che abbiamo intorno. In un certo senso riusciamo anche a definirci: il mio lavoro, il mio stato di vita, il mio impegno nella società.

Ma tali definizioni sono sufficienti per dire chi siamo?

Divergent parla proprio di questo: è ambientato in una società del futuro dove – al fine di mantenere l’equilibrio della struttura sociale – ognuno, al momento della maggiore età, è chiamato a scegliere una categoria che poi lo/la definirà per il resto della vita.
Ci sono gli intrepidi, una massa di scalmanati, allegri e sempre atletici che hanno il compito di difendere la società.
Ci sono gli eruditi che si occupano dell’istruzione e della scienza.
Ci sono i caritatevoli che si danno alle opere di carità, al soccorso del prossimo.
…e così via.

Ma cosa succede quando qualcuno scopre che non può essere una cosa sola?
Un gran casino, ecco cosa succede. La società cerca di rigettarlo come un corpo estraneo.
Eppure sono proprio i divergenti a notare meglio le falle del sistema, a capire cosa sia la vera vita, a non rimanere narcotizzati dagli ordini indiscutibili impartiti dall’alto.

Sono loro a squarciare il velo dell’omologazione, del facile giudizio, ad andare oltre, a scoprire quanta libertà ci possa essere nel vivere qualcosa per cui non sono stati programmati.

Insomma, un bel film che parla degli aspetti più umani della persona e cerca di mettere a fuoco la complessità dell’animo umano, i sentimenti contraddittori che si possono vivere, il bisogno di gradualità nello scoprire gil altri e noi stessi allo stesso tempo.
Vale la pena di menzionare una scena – brevissima, passa quasi inosservata – dove i due protagonisti scoprono di avere dei sentimenti uno per l’altra, cominciano a baciarsi e mentre vanno avanti lei con grande rispetto e gentilezza dice “aspetta, andiamo piano, ho bisogno di tempo”. Sono rimasto senza parole. Il regista ha voluto sottolineare la necessità di vivere anche l’amore a ritmo con il proprio cuore.

Certo, il mio videotecaro – grande esperto di cinema, capace di fare pelo e contropelo a qualsiasi film argomentando in maniera professionale tutte le sue critiche – forse lo derubricherebbe come una mezza americanata.
Io dico che è un film edificante. Di quelli che non si trovano spesso.

Divergenti. Tutti siamo divergenti, di fatto. Nessuno può essere infilato in una categoria precisa. Mi ci ha fatto pensare il brano di un libro sull’intercultura che recitava (vado a memoria):

Anche noi in fondo siamo un insieme di passioni, interessi e “persone” differenti. Ad esempio, è facile per ognuno di noi descrivere un amico o conoscente in questo modo:è un impiegato, ama il teatro, legge fumetti, non ha figli, va in parrocchia, è iscritto al sindacato, non è bravo a scrivere, ha fatto karate, ama la montagna, odia il calcio, preferisce i capelli con la gelatina, compra la settimana enigmistica, passa ore su internet, spesso va al cinema, è un chiacchierone, gli piace fare il bagno, adora le lasagne…

Si potrebbe andare avanti a lungo.

E ora mi chiedo: se avessi a disposizione poche parole da mettere come epitaffio sulla mia lapide, sceglierei “Al nostro caro D., compianto ingegnere e amico ..bla bla” oppure, “A D., che amava le lasagne, la tromba, e sapeva fare i cruciverba senza schema”?

 

 

 

HEADER IMAGE BY MoviePosterEdits [CC BY-SA 4.0], attraverso Wikimedia Commons

divergentfilmidentitàpersonalitàpoliedricità


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Agosto, fungo mio non ti conosco

Dai diari del mico-terrorista delle Alpi Cozie

Giornata splendida.
Un poco frastornato dalla serata precedente, in cui colpevole di aver ceduto alle pressioni del cameriere ho ingollato un grappino di troppo, non mi sottraggo alla passeggiata.

Sottolineo che l’addetta alle passeggiate è Ignazia (la persona con cui condivido le vacanze – la mia ragazza, insomma – qui prenderà le fattezze di un anonimo personaggio dal nome generico di Ignazia a causa del suo esagerato amore per la privacy). Ogni tanto la ritrovo con la testa china tra pile di cartine, lo sguardo attento e ragionatore, pronta a sfornare itinerari attraverso le montagne… e quindi decide lei, anche perché mi trascina in posti davvero notevoli.

E quindi ecco, insomma si va per la passeggiata, destinazione col de Thures. Il sole c’è. Le gambe ci sono. I panini nello zaino pure.

Nessuno però sospettava che dopo un breve sterrato cominciasse una delle godurie della giornata: i FUNGHI!
Ne trovo alcuni su un pendio all’inizio del cammino.

Sguardo attento, guide alla mano, ed eccomi a cercare di capire cosa diavolo ho davanti. Riesco ad individuare la maggior parte degli esemplari che trovo. Ma raccolgo solo quelli che sono proprio sicuro sicuro sicuro che sono buoni… seguendo la buona scuola paterna che “quelli senza spugnetta sotto non si prendono perché possono essere velenosi”.

Dopo esser stato sottoposto ad un consistente mico-terrorismo psicologico nell’arco temporale che va dalla mia nascita a oggi, secondo cui la raccolta di un solo fungo (solo la raccolta, eh, ancora non si parla nemmeno lontanamente di cuocerlo, assaggiarlo etc.) porta ad una morte sicura ed istantanea, decido comunque di tentare con un’estrema cautela.

Con pazienza lo colgo, lo pulisco e procedo.
Porca miseria, però, i funghi sono tantissimi! Ce ne sono una marea lungo il sentiero, sono ovunque…
E allora con un poco di mediazione con Ignazia, cerco di prendere solo i migliori e di non farmi prendere dal demone del fungo.

E’ difficilissimo, ma ci riesco, e la camminata continua.

No, non è vero. Non ci sono riuscito.
Ma giuro non è colpa mia!!

Il fatto è che finche ti trovi qualche esemplare qui e là lungo il sentiero, o ne vedi qualcuno in lontananza sotto un larice, puoi pure resistere. Ma cosa fai quando incontri dei prati dove i funghi crescono come fossero fiori? O meglio, funghi che crescono come funghi?

20140722_163323Non avevo mai visto una cosa del genere. Intere famiglie di Suillus (funghi commestibili, con la spugnetta sotto, buoni da mangiare e pure per la conserva) che crescevano a gruppi folti, poco distanti uno dall’altro. E io che non sapevo più cosa fare. Come raccoglierli, quanti raccoglierne, quali lasciare quali no… Stavo impazzendo dalla gioia, mi sentivo frastornato, gasato, in fibrillazione, mi girava la testa.

Mi aggiravo per i prati, coltello alla mano, in uno stato mico-confusionale, stordito dall’immensa abbondanza fungina.

Sorprendentemente sono riuscito a mantenere un certo rispetto per la natura (non ho rastrellato come un ossesso, cosa che il demone fungino mi suggeriva interiormente), pulendo ogni fungo in loco, lasciandone alcuni esemplari e non raccogliendo quelli che non mi sembravano tanto per la quale.

Quindi eccoci, con cinque chili di funghi a scendere per il sentiero, fiondarsi in macchina e andare al Carrefour a comprare il necessario per farli sott’olio.

Qui finisce la prima parte della storia. Quella bella, edificante, luminosa.

La seconda parte è quella nerd, oscura, quella che appartiene al regno dell’orrore. (clicca qui sotto per andare alla seconda pagina).

funghimontagnaordinariabellezzavacanze


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Dal Monte del Ginepro

Siccome che a me mi avevano chiesto che quando eravamo in vacanza di fare un post che parla che stiamo in vacanza, allora et voilà Montgenevre.

Firmato
l’ing e la prof (di itagliano(in vacansa))


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E’ arrivata l’estate!

Vi confiderò un segreto: l’estate ha due date di inizio.

La prima è quella ufficiale, quella astronomica del solstizio, che quest’anno è caduto il 21 Giugno (un paio di giorni fa).
La seconda è puramente personale e ovviamente varia da persona a persona. Sono alcuni piccoli gesti o eventi a scandirla: la prima volta che si mette il costume, la prima tintarella, la prima gita fuoriporta in cui non si mette mai il maglione, il primo bagno al mare, la prima braciolata all’aperto… Ce ne sono tante.

Ed è proprio a questa seconda che mi riferisco in questo post. Che – tutto sommato – si distanzia poco da quella ufficiale.
Infatti l’estate per me è cominciata ieri. Me ne sono accorto stamattina quando mi sono alzato con le ossa mezze rotte, i polpacci doloranti, la scottatura del sole sulla fronte e un rossore bruciante sul collo, sotto ai capelli, che forma un tatuaggio a mezzaluna delimitato dal colletto della maglietta. L’abbronzatura del muratore, insomma.

Le stradine dei lidi marittimi, l’odore dei pini, le bouganville che si arricciano attorno agli alberi,le casette bianche, le villette con giardini curatissimi che si intravedono appena attraverso le cancellate.

E mentre ancora catatonico mi alzavo cominciando la giornata con le rituali igieniche abluzioni quotidiane, ripensavo a ieri.
Ricordavo quando, quasi per scherzo, abbiamo portato le biciclette a Ladispoli, e quando abbiamo pensato di partire – con tutta calma, verso le undici e trenta diciamo – in direzione Santa Severa.
E’ questo infatti un tragitto già provato, a piedi però (altra ammazzata). Una quindicina di chilometri, con paesaggi marittimi mediterranei, e con brevi deviazioni attraverso la favolosa campagna laziale lungo l’Aurelia.
Chi l’avrebbe mai detto che proprio dietro casa abbiamo natura e paesaggi così belli?

9851596084_304b76fa28_hLe stradine dei lidi marittimi, l’odore dei pini, le bouganville che si arricciano attorno agli alberi,le casette bianche, le villette con giardini curatissimi che si intravedono appena attraverso le cancellate.

Gli alberi di limoni vicino ai cactus, i campi di grano che imbiondiscono il paesaggio, il vento sul mare e l’energia agitata dei bagnanti che si dibattono tra smazzate di sole che li tramortiscono sui lettini e bagni furiosi a giocare a schiacciasette.

Il fresbee, i cani delle case cantoniere, l’omino che zappa il giardino arido.

E noi in bici, ad ammirare e sudare. A fermarci per un gelato che si è piantato sullo stomaco, e a imprecare lungo le salite verso Santa Marinella, prolungamento del percorso deciso all’ultimo momento.

Insomma cara estate, sei arrivata.
Me lo ricorda tutto quello che ho visto, me lo ricorda il senso di intontimento che ancora stamattina mi lascia un po’ rimbambito davanti a questo monitor.
Me lo ricordano i muscoli tesi e la fronte scottata.
Ora, se posso, avrei una richiesta.

Prima di passarmi sopra come uno schiacciasassi, la prossima volta quando arrivi potersti bussare?

 

Per le foto in questo blog ringrazio Fabrizio Scalfati e Matidio


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#Buonenotizie – diventare scrittori con il self-publishing

E’ con grande piacere che riporto il mio primo articolo su una fantastica testata giornalistica: Buonenotizie.it

Forse è capitato anche a voi  – discorrendo con amici o conoscenti di scrittura ed editoria – di sentire che il 50% degli italiani ha un romanzo inedito chiuso nel cassetto. Una cifra forse esagerata, che non corrisponde rigorosamente alle statistiche ISTAT secondo cui ogni anno vengono pubblicati circa 60mila nuovi titoli (libro più libro meno).
Tuttavia, accantonando per un momento l’iperbole colloquiale e concentrandoci sui dati ufficiali, osserviamo che proprio queste cifre ci raccontano il grande desiderio degli italiani di far conoscere e pubblicizzare le proprie opere. Negli ultimi dieci anni infatti i libri pubblicati sono circa 600mila: vale a dire che quasi un italiano su cento ha pubblicato un libro nell’ultima decade. Una cifra impressionante!

Chi – del resto – non ha un lontano parente, un amico o  un conoscente che si è cimentato con la scrittura di un libro e con la sua pubblicazione? O forse siamo stati proprio noi i protagonisti dell’avventurosa e ardua ricerca di un editore disposto a pubblicare la nostra opera… Chi ha avuto esperienze di questo genere con il mondo dell’editoria tradizionale sa bene che è facile incorrere in case editrici che – pur senza arrivare alle aberranti pratiche succhia soldi narrate da Umberto Eco nel suo il Pendolo di Focault – richiedono all’autore di investire diverse centinaia di euro (migliaia in alcuni casi) per pubblicare un libro, senza che esso abbia poi il successo sperato o quantomeno la risonanza promessa tramite i canali di distribuzione tradizionali.

[continua a leggere su Buonenotizie.it]

 

HEADER IMAGE BY PIXABAY  Creative Commons CC0


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Orto Botanico

Oggi il tempo è brutto. Dove andiamo?
Ovvio: all’orto botanico!

L’orto è a piedi del Gianicolo, vicino all’Accademia dei Lincei, a due passi da piazza Trilussa. Ma sembra di stare in un luogo senza tempo.

Ecco il reportage di una giornata nel cuore di Roma, ma fuori dal mondo.

(Avviso: le foto in anteprima potrebbero essere al contrario stortignaccole… Mr. WordPress sa perché… ma se ci cliccate sopra sono nel verso giusto!)

 

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