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Il più grande uomo scimmia del pleistocene

Fa strano immaginarsi diluvi universali, lotte con le fiere e scalate di vulcani alla ricerca del fuoco, mentre si sta sbragati su uno scoglio a respirare l’odore di mare pulito, girati sul fianco con l’avambraccio sotto l’orecchio, a nascondere il volto dall’abbagliante riverbero del sole.
Ma leggendo Roy Lewis è praticamente inevitabile.
Questa estate, ingurgitato dal libro e proiettato in questa dimensione parallela, con la manopola del tempo girata indietro di alcuni milioni di anni, ho spiato da vicino le vicende di Ernest e la sua famiglia. Sorridevo agli episodi assurdi che li coinvolgevano, mi rattristavo con loro per le difficoltà, mi gasavo quando, scoperto il fuoco, sono riusciti a conquistare le caverne e tenere a bada bestie più grandi di loro.
Ma soprattutto ho unito tanti puntini. Tante di quelle che un approccio post-ideologico mi ha suggerito – nel passato – essere “sovrastrutture borghesi” o “invenzioni del clero per mantenere il potere” si sono rivelate null’altro che tappe naturali nella storia dell’evoluzione umana. Mi vengono in mente ad esempio la nascita dei miti, Adamo, Eva, il diluvio universale, l’Eden. Oppure la struttura delle società e i vari ruoli nella tribù – vale a dire il futuro stato. O ancora, l’amore. Oh si, l’amore, quello vero, il sesso senza pornografia, senza le sovrastrutture e anche un po’ inconsapevole.
Infine una nota personale: la lettura in parallelo di questo libro e “Homo Comfort” di S. Boni ha generato un’alchimia interessante. Mentre il primo canta odi all’evoluzione e alle conquiste – soprattutto tecnologiche – dell’uomo, il secondo la mette seriamente in discussione puntando il dito sull’onnipresenza tecnologica. Leggendo quest’ultimo mi ero un po’ depresso.
Per fortuna c’era l’uomo scimmia del pleistocene a tirarmi su: una pietra miliare, uno di quei libri da leggere una volta nella vita.

antropologialetturapleistocenepreistoriarecensionescimmie


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Alieni sul GRA :: #musical snippet

No, pazzesco. Giuro non è una bugia. Non è lo Xanax. E nemmeno la carbonara che ieri sera non ho digerito.

C’erano davvero. Verdi con la pelle raggrinzita. Odoravano di asettico, di ospedale. Non ho avuto il coraggio di guardarli in faccia ma… ragazzi… si sentiva che loro erano lì, e ci guardavano.

Noi nelle nostre piccole automobili – sì piccole, piccolissime, anche i SUV erano delle caccolette a confronto –  e loro lì. In quella nave mastodontica. E poi la luce, il casino. Solo a tratti però. In realtà per pacchetti di alcuni secondi c’era un silenzio profondo. Mi sentivo il cuore pensa tu.

Con quel casino che c’è sul GRA – dico. Ma che ci sono venuti a fare gli alieni?

electronicgrajuicylogic pro Xmusicsynth


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Quiet Call – lo Squire in azione #musicalsnippet

Entro e.. lui stava lì: poverino.
Ce n’erano tanti altri come lui. Lì su. Appesi. Sembravano impiccati. Condannati ad una mortale solitudine.

Non me la sono sentita di lasciarlo nel suo stato di abbandono. Già lo sentivo vicino a me. Col suo profilo sinuoso, era perfettamente compatibile col mio avambraccio.

E quindi via. Mi sono comprato uno Squire, che per chi non lo sapesse è un basso.

Suono pazzesco per il prezzo (400 eur), eccolo qui alla prova in un pezzo ambient.
Un altro #musicalsnippet. 
Buon ascolto


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Dio c’è e gli piacciono i Coldplay: I want something just like this.

I Coldplay – band alternative rock oramai assieme sin dal 1997 – ci sorprendono ancora con un pezzo che ha popolato le top 10 di radio, televisioni e emittenti internet europee e statunitensi. Stiamo parlando del singolo composto in collaborazione con i ChainSmokers (gruppo elettronico  – quasi house – che pompa davvero), dal titolo Something just like this.

Pochi accordi, una linea melodica semplice, anni di esperienza, tanta stoffa compositiva e un grande lavoro di mixing e… eccaallà: ci ritroviamo in macchina o sotto la doccia a fischiettarne il motivetto o a canticchiare qualche parola carpita qua e là, mentre svolazzava nell’aria sul percorso tra le casse e le nostre orecchie.

Già: le parole. Il testo. Le lyrics. Ma cosa dice questo pezzo?

E’ una storia epica, sublime, commovente. Una storia che tanti di noi vivono quotidianamente. Una storia di tante coppie, di innamorati, di fidanzati, di mariti, di mogli.

La storia di un uomo che  si confronta con miti di supereroi, di forza, di dominio e di superamento dei propri limiti. E allo stesso tempo nota la propria inadeguatezza, il suo non essere “upon that list”, sulla lista dei big, dei superman con talenti eccezionali, quelli che salvano la terra con azioni eclatanti.

E anche la storia di una donna, che osservando il travaglio dell’uomo, la sua spinta verso la sfida, forse la sua frustrazione, chiede:
ma rifletti sulla direzione che vuoi prendere, quanto hai voglia di rischiare? Dove vuoi andare?
Guarda che io non cerco il supereroe, il mito [il superfigo,ndr], cerco qualcuno a cui rivolgermi, qualcuno su cui contare, qualcuno da baciare, qualcuno che mi manchi: voglio proprio qualcosa del genere.

I want something just like this: un uomo che mi ami. Un uomo che io possa amare.
Ecco, una storia ordinaria. Un comunissimo promemoria.
Una freccia accesa verso la vocazione fondamentale di tutti – amare – declinata nella coppia.
Un “reminder vocazionale” che ci viene sparato nelle orecchie centinaia di volte al giorno.

E che mi commuove perché mi ricorda che è tutto un po’ più semplice, e che i supereroi ci sono sì, ma stanno nei film della Marvel.

I want something just like this. Qualcuno che mi ami, qualcuno da amare. E’ tutto qui.

…mah… poi dicono che Dio non parla nella vita di tutti i giorni… sarà…

 

HEADER IMAGE BY Di Guy Hurst (guy hurst) on Flickr (“Coldplay – Glastonbury 2016”) [CC BY 2.0], attraverso Wikimedia Commons


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Musical Snippet#1 – Electro Raptus

Quest’ultimo periodo è stato musicalmente molto attivo.
Oltre ad un cospicuo sperpero di denaro per acquisti musicali ECCEZIONALI – pedaliere, looper, vocoder, guitar synth – ho fatto quel click micidiale.

Il click sul tasto sinistro del mouse che ha avuto due effetti: primo, diminuire l’ammontare totale del mio conto di 200 euro. Secondo, installare sul mio computer un software strafico, strafichissimo, potentissimo.

Si tratta di Logic Pro x.

Vorrei tralasciare qui l’argomento tristissimo di come la Apple è riuscita a ridurmi (cioè, rendiamoci conto, gli sto facendo pubblicità… sono diventato un “Apple Evangeliser”… naaaaa), e invece introdurre il concetto di Musical Snippet.

Analogamente agli snippet di codice, vale a dire dei pezzi di codice che sono in genere pubblici (esempio di snippet in un forum) mi sono ritrovato a rovistare in vecchie cartelle in cui ho ritrovato brevi pezzi composti anni fa, oppure produrne di nuovi adesso che Logic pro X è installato.

Da qui l’idea di condividere snippet musicali, da ascoltare, da convidere, da riutilizzare per i vostri mix casalinghi (se siete aspiranti DJ) o per altri mix (se siete DJ oppure baristi che producono milkshake).

Parte quindi l’operazione Musical Snippet.

Qui sotto, condivido un primo Musical Snippet dal titolo “Electro Raptus” (fatto in cucina mentre la verdura era sul fuoco). Il video è stato creato grazie ai tizi di http://www.renderforest.com/ , un servizio che produce video in maniera semi-automatica.

Buona visione e buon ascolto.


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Scott henderson – Lady P

Summer Fusion…

buon ascolto…

header image Di Svíčková (Opera propria) [GFDL o CC BY-SA 3.0], attraverso Wikimedia Commons

fusionjazzmusicaScott henderson


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Marble Machine

Quando la creatività incontra la tecnologia

grazie a Tramedipensieri

 

creativitàmacchinemarble machinemusica


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Artisti di strada

Allora, siccome sto in fissa con gli artisti di strada, ecco tre video davvero carini.

Tre soggetti differenti, accomunati da due elementi:

  1. sono artisti di strada
  2. suonano con attrezzatura “povera”

Le loro esibizioni hanno punti in comune interessanti: si basano su singoli strumenti “semplici” (no one-man-band), ed hanno un loro svolgimento sensato. Si concludono o quando raggiungono un climax, o scemano lentamente. In ogni caso si tratta di un “discorso” musicale.

Ma lasciando da parte commenti troppo intellettuali, ecco qui i tre video. Il mio favorito? Il pipe Guy, perché ha suoni davvero mooolto C64!

Engioi ( ;))

artisti di stradafrikkettonimusicastreet artist


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Italia – España connection

This post is just an homage to my new Spanish friends.
The story is pretty simple.

I’ve found myself in Brussels because of my job, as it often happens. This time it was for one day only, so I got to Brussels the evening before the meeting, and I was around, alone.
I then went for a beer (at the wonderful Delirium Café ) were I stumbled upon 3 Spanish people.
You know, it was quite simple to get in touch with them. We – the Italians – and the Spanishes don’t have any particular probelm in gettin in touch with others and talk (on the contrary, often the problem is to make us stop talking… but that’s another story…).
So, to make the long story short, the three Spanishes were part of a bigger group, coming mainly from Madrid and Extremadura (Merida). A group of friends who – once each year – take some days off in the Carnival period and go to one European city. Wonderful! Simply wonderful. I could practice my Spanish (which is not dead actually, even though the real mystery remains: where the heck did I learn Spanish? I can’t remember… but it doesn’t matter…). In the end we had a dinner together, and they were so nice that they even offered the dinner.
Great!

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My friends, you definitiely deserve a special hospitality in Rome. Please come soon!

PS: Special greetings to Manolo and Manola!!

UPDATE PPS: as evidenced by Nice, I maybe learnt Spanish in Escobar del Campos (joder!).

espanafriendshipitaliaitalyjoblifeordinariabellezzaspainviaggivita


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Le donne di Lisbona hanno bei polpacci…

…ma anche gli uomini, i bambini, gli anziani… insomma tutti, anche noi (io e Lucignolo, il mio cicerone di fiducia nelle trasferte estere).

Ora la domanda è: perché tutte questa speciale attenzione al polpaccio sebinonelico?
E’ una caratteristica dei portoghesi? (bho… forse)
E’ semplicemente una mia fissa? (si lo è, ma questo è un altro discorso)
E’ la moda dell’anno? (non mi pare)

La risposta è che l’attenzione a questa parte del corpo affonda le sue radici in una esperienza inizialmente straziante: immaginate di arrivare la mattina dall’aeroporto, coi mezzi pubblici, armati trolley (eh…sono finiti i bei tempi dello zaino da inter-railer) e di scoprire che la strada dal tram all’alloggio si sviluppa in direzione quasi verticale. Sulle prime sembra uno stradello in salita pieno di sanpietrini, poi ci si rende conto che il sanpietrino – già giurato nemico del trolley che per non sganganare le rotelle deve essere caricato sulle spalle – si esaurisce gradualmente in una serie illimitata di gradini.

Gradini. Scale. Corrimano. Cordoli di marmo. E ancora altri gradini.
Scalette. Rialzi. Curvette. Sanpietrini. Rientri. Sbalzi. Gradinate. Scalinate.

La strada verso casa si sviluppa attraverso quegli angusti e caratteristici vicoli che affiancano case piastrellate di maioliche, porte che si aprono su edifici instabili, piazzette con ‘locals’ al bivacco. E mentre il fiatone mi rende cianotico cerco di ammirare questo bundle di bellezza.

Arrivato sulla soglia dell’alloggio abbandono pesantemente la valigia sul terreno sanpietrinoso e mentre mi appoggio allo stipite del portone per riprendere fiato e lasciare che il sangue defluisca nuovamente verso le gambe per irrorare i polpacci, il mio collega mi informa che siamo al terzo piano.
Senza ascensore ovviamente.

Rassegnato alla mia sorte, pronto ad installare un pace maker una volta rientrato a Roma, mi avvio per l’ultimo brano della mia ascesa, giurando di non muovermi più per altre 48 ore.

…E infatti nemmeno un’ora dopo – tempo di una doccia – rieccoci fuori a battere inesorabilmente le strade di Lisbona, evitando come la peste i luoghi ingolfati da turisti.

 

Chilometri a piedi su e giù per le scale di Lisbona, miglia a promenarsi along infinite alleys, per tutti i cinque giorni di trasferta. Sempre trasportandosi il peso della fatica della giornata di lavoro sulle spalle, manco fosse l’Armadillo di Zerocalcare.
Visto che il tempo a mia disposizione si sta esaurendo, indico solo due posti davvero carini e allego un po’ di foto delle sante scale lisboniche.

1. Il cinese illegale

IMG_20150522_223423Un posto che ti chiedi: come hanno fatto a pensarci? Come gli è venuto in mente?
Si tratta di una casa normalissima, in cui i muri sono stati buttati giù per fare spazio… ad un ristorante cinese. Tutto ovviamente illegale: si entra da un normale portone, si salgono le scale, si arriva nella sala coi tavolini. Un posto fuori dal mondo, con cibo buono. Ma il cinese è sempre cinese, e la notte er fritto s’è fatto sentì!
Ecco un post carino che indica come arrivarci

2. Chapito a Mesa

IMG_20150521_001206Vabbè, qui si tratta un grande classico: il pubbetto che fa anche cene, un posto carino… ma aspetta. Da dove si entra?
Si tratta in realtà di un centro culturale in cui si fanno spettacoli e performances artistiche. I prezzi sono buoni, il luogo caratteristico… e poi insomma, ve lo googlate e ne parlano in tanti, senza che mi ripeto 🙂

Bene mi pare tutto e posso anche salutarvi.

 

A proposito: alla fine della trasferta i polpacci mi si sono rivitalizzati, zompavo grillescamente su e giù per le scalinate, il fiato si era fatto più lungo e i polmoni avevano riacquisito la loro originale capacità volumetrica.
Bell’allenamento, ‘ste scale.

 

 


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