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Equity Crowdfunding: l’Italia scende in campo

Si parla di “equity-based crowdfunding” quando tramite l’investimento on-line si acquista un vero e proprio titolo di partecipazione in una società: in tal caso, la “ricompensa” per il finanziamento è rappresentata dal complesso di diritti patrimoniali e amministrativi che derivano dalla partecipazione nell’impresa.

Così comincia la Guida all’equity crowdfunding della CONSOB dedicata a tutti quelli che, interessati al mondo delle startup e magari desiderosi di aprirne una, vogliono capire meglio da che parte cominciare.

[CONTINUA A LEGGREE SULLA FUCINA DI IDEE]

HEDAER IMAGE BY Bizking2u (Opera propria) [CC BY-SA 4.0], attraverso Wikimedia Commons

CONSOBcrowdfundingEQUITY-CROWDFUNDINGFUNDINGLEGAL


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Guida al Crowdfunding – il sito dei Giovani Artisti Italiani

Da “La Fucina di Idee” – blog su idee, crowdfunding, creatività e altro.

Buongiorno a tutti!

Devo dire che questo blog mi è un po’ esploso in mano. Inizialmente, invasato dalla lettura del libro Quattro Ore alla Settimana Ricchi e felici lavorando 10 volte di meno” di Timothy Ferriss, mi sono lanciato nel mondo delle idee, del crowdfunding, degli startupper, interessandomi di alcuni attori della scena “crowdfunding” ma soprattutto cercando di capire come funzionasse e accumulando risorse, documenti.

gai_traspDopo qualche tempo i primi contatti di persone interessate, qualche telefonata, una mail… e adesso varie persone cominciano a scrivere per richiedere informazioni, per capire meglio cosa sia il crowdfunding, per avere consigli sull’impostazione del proprio progetto.

Bene, a tutti dico: abbiate pazienza, mi sto organizzando! Non sempre riesco a rispondere alle mail o a trovare slot di tempo per una chiacchierata.

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EPOS: an e-Infrastructure to integrate Solid Earth Science data

eposBeing a huge Solid Earth Infrastructure, EPOS was recently included in the EGI Competence Centers call, where it will develop a pilot to test some EGI technologies, for instance the solutions to implement AAAI.

My Article on EGI newsletter explains a little bit what EPOS is and possible areas of collaboration with EGI.

 

Link to online article
Link to whole EGI newsletter Issue (PDF)

 


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Interoperability and Richardson Maturity Model

Because of my job at INGV, where I’m involved in the huge EPOS European Project, I’m daily diving into lots of information from papers, blog posts and other resources (not last, some discussions with great colleagues) which all deal with the main subject of interoperability of systems.

Well, actually the real main topic to me is interoperability, whose inflections can be as many as the fields of knowledge (and life) where we use such concept: we may call it Interculturality or Interculturalism in social sciences, we may call it price, which allows the goods exchange in Economics… but well, that’s another story and I think you get the idea. 

Some interoperability specific – more concrete – themes I have to deal with, are stuff like Microservices and everything which is related to web services.
Web services are one of the main concept (and technology) which enable interoperability of systems. 

RESTful web services are at the moment widely used. They basically rely on HTTP technology, are quite human readable and surely machine understandable. The advantage of such services is their ease of use.
In the following example, copying/pasting it to your browser, you access to a free weather services by a RESTful API request:

http://api.openweathermap.org/data/2.5/weather?q=London,uk

Then you get a weird response, pretty human readable (maybe with some newline…) which tells you how’s the weather in London.
Just for fun, here is a list of public RESTful APIs providers. BTW, Facebook and Twitter needs you to be logged in to user their RESTful APIs.

When creating RESTful web service, it is interesting to know that it can reach different degrees of Maturity according to how much you exploit the power of HTTP.

Such different levels of maturity have been modelized by L. Richardson in the Richardson Maturity Model, well described and analyzed in this wonderful post by Martin Fowler.

According to this model, your RESTful service can be “graded” from 0 to 3, where 3 designates a truly RESTful API. using M. Flower words,

Richardson Maturity Model provides a good step by step way to understand the basic ideas behind restful thinking, 

and what is really interesting is

its relationship to common design techniques.

  1. Level 1 tackles the question of handling complexity by using divide and conquer, breaking a large service endpoint down into multiple resources
  2. Level 2 introduces a standard set of verbs so that we handle similar situations in the same way, removing unnecessary variation
  3. Level 3 introduces discoverability, providing a way of making a protocol more self-documenting.

Reading through all the article, you can get more and more familiar with HTTP concepts and understand “the real nature of HTTP”. Also, I was surprised by the power  and richness of all HTTP  (e.g. verbs, hypermedia controls), a communication protocol which deserve a special attention because of its widespread use in any kind of communication.

Last but not least, I discovered Leonard Richardson to be a quite unique person, programmer, musician and writer with a hacker mindset… have a look at his eclectic website.

Link to the article: Richardson Maturity Model by Martin Fowler.

integrationinteroperability.restful servicesrichardson maturity modelwebwebservices


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Lavorare con un illuminato (non è una pubblicità dell’ENEL) (EGU #3)

Questa foto merita di stare al centro della pagina. E’ memorabile.

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Perchè? Lo spiego subito:
Chi ha l’occhio da scienziato avrà già intuito che stavo presentando un poster. Ero all’EGU a Vienna.
Il tizio vicino a me, con pantaloni viola, camicia nera, foulard di seta nero con colombe bianche e un giacchetto tipo chiodo (e la capigliatura assicuro che non è una parrucca, ma vero capello anni 70!), sebbene possa dare l’idea di essere un frikkettone trovato all’ultimo momento per le strade della città, è in realtà un grande (rischia seriamente di diventare il mio Guru informatico): si chiama Keith J Jeffery, è un vero cervellone delle architetture informatiche in Europa, con vari titoli (dice un excerpt di una sua bio: “Keith Jeffery is currently Director of IT and International Strategy of STFC (Science and Technology Facilities Council), based at the Rutherford Appleton Laboratory (RAL) in the UK.“). Ma possiede vari altri titoli (direttore di quà, presidente di là), si è occupato di Grid o ora lavora col Cloud e tante altre belle cosine che tralascio.

Oltre ad essere molto simpatico, eclettico e singolare, ci sono vari altre caratteristiche che ci accomunano (suona la chitarra ed è un vero rocchettaro). Ma più di tutto, ha una maniera di ragionare affascinante. Ha un pensiero sistemico.
Non sono sicuro se sia la modalità di pensiero dei geni: ne ho conosciuti personalmente pochi ma in effetti pensano in maniera simile.

Mentre ero alla presentazione del poster, lui era lì con me essendone un co-autore. Nei momenti morti tra una chiacchierata e l’altra con quelli che volevano informazioni su simpatici ed incomprensibili schemi, ci siamo messi  a fare un piano di lavoro per i prossimi mesi, ed lì ho visto il genio al lavoro.
Bellissimo, mi sembrava di essere tornato all’università, ai tempi di informatica teorica.

Nella pianificazione delle attività per la costruzione dell’infrastruttura del progetto, mentre un qualsiasi nerd sarebbe partito dall’installare un qualcosa e smanettare, lui ha preso la cosa tutta da un atro verso: “prima di tutto abbiamo bisogno di quattro modelli per descrivere completamente il sistema” mi spiegava, “uno per gli utenti, uno per i dati, uno per le risorse e l’ultimo per il processing”.
E continuava “poi dobbamo trovare le interfacce tra i vari modelli e vedere le interazione utente-sistema, sistema-sistema, dati-processing”… e via su questo tono.

Alla fine sul file excel avevamo una lista di una cinquantina di task, di cui nessuno intellegibile da un essere umano normale, e solo un paio comprensibili da un nerd (tipo: “installare postgresql”), tutto il resto trattava di oggetti astratti, delle loro interazione e delle strategie per riuscire a definirli proponendo prima uno schema semplificato, poi chiedendo alla comunità un feedback ed infine mettendo assieme i pezzi.

Ovviamente i miei neuroni rincorrevano i suoi, nel tentativo di captare il più possibile. Dopo la compilazione della lista l’ho poi sottoposto ad un trattamento shock: una buona mezz’ora di bombardamento  di domande per essere sicuro di aver capito quello che avevamo appena scritto. Ho forzato con l’apriscatole la sua scatola cranica ed ho trovato una miniera. Eccezionale!

Ora non mi resta che lavorarci assieme, imparando il più possibile.
E facendo un upgrade del mio pensiero.

Se poi vado in crash, rebootto!

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Google: il Rocco Siffredi della tecnologia (EGU#2)

Cosa c’entra Rocco Siffredi con Google e con la tecnologia?

Il punto in comune è chiaro: l’ostentazione di enorme potenza, in un caso sessuale, nell’altro computazionale (lascio indovinare al lettore quale sia il caso di Google e quale quello del Siffredi).

E’ un parallelo che è apparso in maniera evidente nella mia mente quando ho ascoltato un talk, qui all’EGU, (leggi questo post per scoprire cos’è ‘EGU) del nuovo motore di ricerca/calcolo per le scienze della terra,  EarthEngine, targato Google.

 

 

IMMAGINE Di Niccolò Caranti (Opera propria) [CC BY-SA 4.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], attraverso Wikimedia Commons

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Un congresso di geoscienziati? (alias: EGU #1)

Ho vari amici e conoscenti al di fuori della cerchia del lavoro con cui spesso mi ritrovo a parlare delle mie attività. Ogni volta – sorprendentemente – scopro quanto sia poco semplice raccontare quello che si fa a questi congressi  o meeting a cui ogni tanto partecipo.

Avendo già gettato la spugna sul tentativo di rispondere alla fatidica domanda “che lavoro fai?” posta dai  non addetti ai lavori di età superiore a 70 anni  (“…lavoro in EPOS, un progetto Europeo che si occupa delle integrazione delle infrastrutture di ricerca per le scienze della terra, ora mi occupo della raccolta dei metadati per la creazione del catalogo che permettarà la discovery e l’integrazione dei dati” ho provato a dire, e seguivano sguardi basiti, degli “ah però, interessante” detti con evidente meccanicità e altre scene che vi risparmio), tento allora di illustrare come funziona un congresso come l’EGU.

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